Italia - Repubblica - Socializzazione

 

 

50° della  Repubblica Sociale Italiana

1 Dicembre 1943 -1993

Quando dolorosamente la guerra approdò alla resa dell'8 settembre, inevitabile ma attuata in modo a dir poco criminoso, l'Italia si trovò spaccata in due, e nella parte non occupata dagli angloamericani si costituì la Repubblica Sociale. Che fu Stato sovrano, nella pienezza dei suoi poteri legislativi, esecutivi e giudiziari, e solo dipendente dai tedeschi in quelli operativi di guerra. E fu in grado di tutelare con fermezza la dignità nazionale e l'integrità del territorio, degli impianti industriali, della lira che non patì moneta d'occupazione.

Secondo qualche pidocchio, alla RSI aderì chi vi era costretto in quanto compromesso col Regime. Chi era compromesso? I giovani volontari? O noi già combattenti, in molti più o meno gravemente feriti, fascisti, non fascisti e antifascisti, uniti dalla necessità morale di schierarci dalla parte perdente e «prender l'armi al grido per l'onore» perché:

- non si può cambiare nemico come una ragazza volubile cambia il fidanzato;

- si doveva continuare a combattere contro il nemico vero, il futuro spietato padrone del mondo.

E fummo solo gli alfieri della dignità nazionale, quasi ignari che vi fossero italiani schierati in senso opposto. Quando dal Brennero affluirono, verso la fine della guerra, soldati italiani già prigionieri in Germania, fummo in grado di abbracciarli fraternamente e ristorarli nel corpo e nell'anima.

E qualcosa della nostra pulizia morale dovette essere percepito anche da chi non era con noi se il 25 aprile 1945 a Bassano del Grappa, dove forte era il risentimento contro una mai dimenticata rappresaglia tedesca, i nostri reparti che sfilarono cantando per le vie furono coperti da una pioggia di fiori.

Poesia la nostra. Ma la poesia può essere linfa vitale per la prosa.

Noi non siamo neofascisti. Nessuno vorrebbe il ritorno in camicia nera. Ma non rinunciamo a preziose eredità quali la coerenza tra il dire e il fare, l'avversione per il supercapitalismo antisociale, l'imperativo dell'onestà.

E, naturalmente, il patriottismo.

In una conferenza tenuta una trentina di anni fa all'Università di Roma, Ferruccio Parri affermò: «Ci sono scimmie urlanti che parlano ancora di patria». Noi siamo ancora quelle scimmie e non ci riconosciamo in nessuna delle attuali forze politiche istituzionali, tutte più o meno colpevoli di lesa patria. Siamo consapevoli che non serve riempirsi la bocca della parola patria, ma ci sostiene la speranza di non essere soli, noi repubblichini, a volerne, nella sostanza, la rinascita materiale e morale.

Gli insorti dei Paesi Bassi contro gli spagnoli furono detti "gneux" in senso spregiativo. E di tale denominazione ("pezzenti") fecero un titolo d'orgoglio e una bandiera.

Così noi della denominazione repubblichini. Anche se "les gneux" vinsero e noi no.

Può darsi che la nostra vittoria sia solo proiettata nel futuro.

 

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Il Comitato Direttivo

(articolo apparso su "Aurora")