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Il
carteggio Mussolini-Churchill Marzio di Belmonte
Febbraio 2008
Il giornalista e scrittore storico Fabio Andriola ha recentemente pubblicato, con una nuova e arricchita edizione, un pregevole libro sulla questione del famoso e ancor oggi misterioso carteggio o scambio epistolare (e d'intese) intercorso tra Mussolini e Churchill durante la seconda guerra mondiale.[1] Fiumi d'inchiostro sono stati scritti sull'esistenza e le vicende dei famosi Archivi segreti di Mussolini e soprattutto circa un segreto scambio epistolare (Carteggio) Mussolini-Churchill alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia. Quanto è stato scritto e quanto si è potuto venire a sapere in merito ha però risentito degli odi, delle passioni e soprattutto dei condizionamenti politici ed ideologici che hanno fatto seguito alla fine della guerra. Neppure oggi, ad oltre sessanta anni da quelle vicende, è possibile far pienamente luce su come effettivamente si siano svolti i fatti ed oltretutto gli incartamenti in questione sono stati fatti sparire forse per sempre. Lo stesso libro dell'Andriola non può portare prove incontrovertibili in merito alla attestazione di questo Carteggio, ma fornisce comunque una serie di testimonianze, di particolari, di situazioni illuminanti, di deduzioni logiche e quant'altro è oggi possibile rintracciare e ricostruire, che non lasciano dubbi in proposito. Egli ricuce e ricostruisce tutto questo in quantità e qualità tale tanto che, di fronte ad una inchiesta del genere, il fronte di coloro, tra storici, ricercatori e giornalisti, che ne negavano l'esistenza, o almeno la sua non particolare importanza, si è oramai notevolmente ridotto. Del resto lo stesso Andriola è sempre partito da tre supposizioni logiche, di fronte alle quali, c'è poco da obiettare. Egli, infatti, affermava da tempo: 1) Mussolini aveva carte cui annetteva grandissima importanza e fece di tutto per metterle al riparo e per riprodurle. Sempre Mussolini, di cui si può dir tutto tranne che forse un politico del tutto sprovveduto, poi dichiarò svariate volte di avere adeguate "pezze di appoggio" per dimostrare le proprie buone ragioni sia ai suoi nemici che alla Storia. 2) Gli inglesi mostrarono grande interesse per le carte di Mussolini ben prima dell'aprile 1945 e, dopo la morte del dittatore italiano, lasciarono molte tracce della propria attività di Intelligence tesa proprio a recuperare dossier provenienti dagli archivi di Mussolini. Questa attività si protrasse per alcuni anni dopo la guerra. 3) Non solo si parlava a chiare lettere di un carteggio tra Mussolini e Churchill prima dell'aprile 1945 (cosa che smonta le accuse di falso mosse da alcuni storici inglesi a quello che restava dei servizi segreti della RSI nell'immediato dopoguerra) ma dell'esistenza di quel carteggio hanno lasciato testimonianza un po' tutti: fascisti e Mussolini in testa, ovviamente, ma anche partigiani, tedeschi e, in almeno un paio di casi, gli stessi inglesi. Ci troviamo così a dover dominare una massa ingente di decine e decine di testimonianze, di provenienza eterogenea, che conducono nella stessa identica direzione.[2] Evidentemente certe verità dovevano restare celate, e a quanto pare per sempre, perché altrimenti verrebbe meno tutto un castello di menzogne che sono state montate attorno e su la seconda guerra mondiale. Se così non fosse non si sarebbe arrivati a negare e in questo modo, fino ad oggi, l'esistenza di una corrispondenza segreta tra questi due grandi statisti degli anni '30 e '40. Mussolini e Churchill sono morti da tempo ed il fascismo è stato sradicato e messo al bando da una guerra tra le più irriducibili e cruente, ma a far da guardia e ancora impegnati nella grande opera per l'edificazione di un Nuovo Ordine Mondiale, ci sono gli uomini, le volontà e le strategie, che non possono, né vogliono assolutamente consentire una revisione storica della seconda guerra mondiale; revisione che potrebbe riabilitare uomini e fatti che si è riusciti a mettere definitivamente al bando della storia. Tuttavia il tempo non è trascorso invano e pur qualche piccolo spiraglio di verità si incomincia finalmente a intravedere anche perché, oramai, è possibile inquadrare perfettamente le strategie e lo svolgersi degli eventi che portarono alla seconda guerra mondiale. Solo chi ha un inconfessabile interesse personale fa finta di non sapere come sono andate certe cose. Oggi, dopo sessanta anni, da una storiografia obiettiva di quegli avvenimenti (non da quella ufficiale elaborata per interessi editoriali e di carriera) si evince con ogni evidenza che, al di la degli atteggiamenti contingenti e transitori, che inducevano Mussolini, sotto il peso e la spinta dei rovesci militari e della inevitabile sconfitta della nazione, ad intraprendere manovre tattiche o sondaggi di ogni tipo per uscir fuori da quella tremenda situazione, egli trovò la morte perché, portatore di una geopolitica confacente agli esclusivi interessi reali del nostro paese, si venne a trovare su un crocevia tragico dove passavano diversi ed opposti interessi. E Mussolini, da politico di razza, su tutto era capace di trattare e di mediare, su ogni situazione riusciva sempre a barcamenarsi, convinto di riuscire, col tempo, a realizzare le sue concezioni ideali, ma mai avrebbe leso gli interessi nazionali, mai avrebbe intrapreso atti o iniziative analoghe a quelle che portarono all'8 settembre. Per questo Mussolini non ha scampo. Non tanto e non solo perché in possesso di un prezioso Carteggio atto a documentare le verità orribili su chi ha voluto scatenare la carneficina del secondo conflitto mondiale, quanto perché è schiacciato dagli interessi anglo americani che hanno progetti post bellici di colonizzazione di tutta l'Europa e su questi progetti hanno coinvolto anche i sovietici, quindi è spiazzato dal tradimento dell'ala filo occidentale della Germania, incarnata da Himmler e già rappresentata in Italia da Kesserling (che in qualche modo media con i Savoia e gli consente l'8 settembre la possibilità di una ingloriosa fuga) e da Wolff che finisce per conseguire la resa nella quale non poteva non "cedere" la persona del Duce. Ed infine è travolto dall'interesse sovietico a tacitarlo per sempre affinché non possa attestare le intese o le proposte che dagli anni '20 e fino al 1943 intercorsero tra Roma e Mosca. E tutto il dramma si svolge sul suolo italiano, dove un Re fellone, è nell'incubo che, vivo Mussolini, possa esser chiamato a dar conto delle sue responsabilità nella guerra. Ed ecco perchè le Special Force inglesi, i sicari di Mosca del PCI, il CVL di Cadorna ed i tedeschi intenti al loro ordinato e concordato ripiegamento (subito dopo li ritroveremo quasi tutti arruolati dall'OSS americano per gli interessi occidentali del dopoguerra) non lasciano scampo al Duce. Abbiamo così voluto puntualizzare quanto fino ad oggi è venuto alla luce sul problema del cosiddetto Carteggio segreto di Mussolini, perché è un argomento questo di grande importanza per la comprensione della nostra guerra. Dando infatti per scontata l'esistenza di questo Carteggio, e non potrebbe essere altrimenti vista la mole delle testimonianze ed attestazioni che si riscontrano, ma soprattutto vista la logica dello svolgimento degli eventi e delle politiche, anche militari, verificatesi durante la guerra, ci è stato possibile inquadrare, nel suo contesto storico tutta questa faccenda, tanto da poterne ipotizzarne i possibili contenuti. Deduzioni e riscontri questi talmente evidenti che, soltanto una palese malafede o condizionamenti politici, hanno impedito fino ad oggi a molti storici e scrittori di arrivare a sostenere quanto è pur evidente e da noi facilmente dedotto. Tutto questo ci consente altresì di procedere ad una demistificazione delle imposture espresse sulle cause e origini della seconda guerra mondiale in tutti questi anni.
IL CARTEGGIO MUSSOLINI-CHURCHILL
Tanto per cominciare ed al di la di ogni altra considerazione, non si può parlare di questo Carteggio, senza rilevare l'abietto e meschino comportamento di quanti lo ebbero sottomano e lo considerarono niente altro che un elemento di tornaconto politico o personale, praticamente un ricco reperto, tra l'altro trafugato, da utilizzare per un baratto con coloro (gli inglesi) che ne smaniavano di entrarne in possesso ed erano pronti a pagare rilevanti somme o a concedere grossi favori pur di recuperarlo. È implicito che tra i motivi per cui queste carte si sono così volatilizzate nel nulla e quindi ne è stata stesa una cortina di silenzio e di mistificazioni vi sono non soltanto quelli della razzia compiuta dai servizi inglesi, ma anche il particolare che il contenuto di questi documenti come, seppur con altri termini sostiene Fabio Andriola nella prima edizione del suo Mussolini Churchill carteggio segreto,[3] non faceva comodo a nessuno. Non tornava utile agli italiani in genere, costretti a rivedere la loro storia fatta nell'ottica dell'antifascismo e, aggiungiamo noi, vergognosi del loro comportamento; né ai vertici della Resistenza oramai assurti al potere e che avrebbero rischiato di tirar fuori fatti e storie non certo edificanti per loro; né ai presunti fascisti che avrebbero dovuto ammettere una tresca sottobanco con gli odiati albionici;[4] né tanto meno agli Alleati, soprattutto gli inglesi, desiderosi di seppellirlo per sempre ed infine neppure a buona parte degli storici che, ideologicamente condizionati, numericamente prevalenti e politicamente ed editorialmente bene introdotti, avrebbero dovuto ribaltare buona parte delle loro certezze. La poco o nulla considerazione per i destini della propria Patria mostrata da tanti pseudo italiani va oltretutto estesa sia ai governi provvisori del CLN di allora e sia, cosa ancor più grave, a tutti quelli successivi, almeno e soprattutto fino ai governi De Gasperi che, a quanto pare, finirono per consegnare agli inglesi quel poco che mancava del carteggio e che nel frattempo era uscito fuori.[5] Tutti questi uomini di governo e tutte queste Istituzioni, infischiandosene della possibilità di poter fare di quelle carte un uso a vantaggio degli interessi nazionali, cooperarono con gli inglesi per il loro recupero ed agli stessi vennero poi gentilmente cedute L'addebito vale anche per i cosiddetti partigiani della resistenza o gruppi di costoro che entrarono in qualche modo in possesso di qualche documento importante e sopratutto per il PCI che razziò più di una documentazione. Molti documenti di estrema importanza vennero dapprima fotocopiati, e quindi gli originali sembra proprio che furono venduti agli odiati nemici dell' imperialismo capitalista. Neppure le fotocopie (che al tempo erano copie fotografiche) vennero più rese note a dimostrazione di una imposizione esterna e di un loro contenuto non certamente di gradimento per il partito. Ad esempio, sembra accertato che i primi di maggio del 1945, presso la Fototecnica Ballarate di Como allora in via Indipendenza, il famigerato Dante Gorreri Guglielmo,[6] segretario della federazione comunista di Como. fece eseguire alcune copie fotografiche di questi documenti (quali esattamente non è dato sapere). Altre ne vennero fatte per il partito comunista, attraverso il giornalista fotografo de "l'Unità" Ugo Arcuno, tutte ad uso e consumo del partito che poi ne smistò probabilmente una parte a Mosca, mentre quella inerente il carteggio con Churchill fu poi rivenduta agli inglesi intorno alla metà di settembre dello stesso anno. Questa almeno è una delle versioni più accreditate anche se altre versioni propendono per una diversa sequenza dei fatti. A riprova di questo, a partire dal 25 maggio del 1945, il foglio comunista "l'Unità" prese a pubblicare la riproduzione di qualche documento, preavvertendo che si trattava di circa 300 documenti «segreti che il fondatore dell'Impero aveva con sé ...», ma questa pubblicazione venne poi, senza spiegazioni, interrotta improvvisamente e per sempre. Si dice comunque, come vedremo più avanti, che da qualche parte è ancora oggi celata una cassetta con le fotocopie di 62 lettere[7] scambiate tra Mussolini e Churchill. Ma nessuno l'ha ancora tirata fuori. Il 28 marzo del 1947, inoltre, durante la farsa del comizio comunista alla Basilica di Massenzio a Roma, in cui fu presentato il colonnello Valerio, alias Walter Audisio, questi prendendo la parola fece un esplicito accenno ad una «cartella che racchiudeva la corrispondenza dell'uomo con il sigaro in bocca, il quale scriveva "Caro Mussolini ...». Dopo di che, almeno a livello ufficiale, calò il sipario, ma soprattutto gli incauti accenni dell'Unità, smentiscono poi i successivi penosi dinieghi del PCI sulla sua estraneità a quel Carteggio. Ma in definitiva, cosa si vuole da una "Resistenza" che liquidando le Leggi sulla Socializzazione delle Imprese riportò in Italia l'economia libera di mercato di stampo capitalista, riconsegnò le stesse Imprese alle grandi famiglie borghesi del capitalismo italiano ed accettò di collocare il nostro paese agli ordini militari della NATO funzionali agli interessi degli USA e dell'Occidente? Di uno squallido mercanteggiare, in ogni caso, ci è rimasta una attestazione scritta, relativa al periodo in cui Churchill venne a soggiornare a settembre del '45 sulle sponde del Lago di Como proprio nelle ville e località che avevano avuto un ruolo nei passaggi del carteggio. Fu evidente a tutti che il vecchio statista stava dandosi da fare per recuperare quanto ancora non in suo possesso. Comunque sia, una volta ripartito l'inglese, si ebbe uno strascico nel CLN di Como. Appena una settimana dopo la sua partenza, infatti, in una seduta del CLN di Como, il comandante della Piazza, Raffaele Pinto "Cremonesi", denunciò il fatto che all'ex Premier britannico erano stati consegnati dei documenti. Per ribadire le sue affermazioni, il 29 settembre 1945, inviò una lettera ad Enrico Stella, il presidente azionista, del locale CLN. In essa vi si può leggere che: «... Tralasciando altri particolari, vengo immediatamente al fatto più grave, del quale noi del CLN non possiamo scindere le nostre responsabilità. Esistevano, e ciò è notorio, documenti di un carteggio personale fra Mussolini e Churchill e fra Mussolini e Chamberlain (...) Ora si à avuta la notizia incredibile che questi documenti, di una importanza così evidente per la nazione e per la storia, sono stati ritirati da ufficiali inglesi dell'Intelligence Service in occasione della visita di Churchill su lago di Como. Ti ricordo che, nella seduta del 25 corrente, io ho denunciato il fatto, richiedendo immediato provvedimento delle autorità responsabili».[8] Provvedimento, aggiungiamo noi, che ovviamente non ci fu anche perché, come affermò molti anni dopo Luigi Carissimi-Priori dell'Ufficio Politico alla questura di Como, a nessuno interessava (o meglio voleva interessarsi) di quei scottanti documenti.
Churchill e l'hobby della pittura Con la scusa di prendersi un poco di riposo e della passione per la pittura Wiston Churchill il 1° settembre del 1945, sconfitto nelle elezioni di luglio che lo liquidarono come primo ministro, giunse in Italia in stretto incognito (con il nome di colonnello Warden) per trascorrere, almeno ufficialmente, un periodo di riposo sulle rive del Lario. Lo accompagnava la figlia Sarah, al tempo attrice, il cameriere personale, il sergente Thompson di Scotland Yard ed era vigilato da una ventina di uomini del 4° Reggimento di Ussari della Regina. Alloggiò a villa Apraxim di Moltrasio del Donegani, industriale affaccendatosi nelle vicende del carteggio, e già sede dei servizi di informazione britannici, dedicandosi alla pittura, ma anche deambulando di qua e di la sulle rive del Lago. Il 7 settembre andò a prendere il tè a Domaso in casa di Ermanno Gibezzi, nuovo direttore della filiale della Cariplo presso la quale erano state depositate per alcuni giorni documenti del Duce requisiti a Dongo. Giorni dopo, con fare indagatore, tornò a Domaso a villa Miglio. Visitò la caserma della Guardia di Finanza di Menaggio nel cortile della quale, mentre era a colloquio con il tenente colonnello Luigi Villani (altro personaggio chiave di quelle vicende), fu anche fotografato. L'11 settembre così scrisse ermeticamente, ma oggi possiamo ben decifrarne il senso, ad Alexander: «Spero in una forte concentrazione sul fronte coloristico e che i bombardamenti di preparazioni comincino presto (…) attacco finale previsto per il 15-16» (infatti, guarda caso, il giorno 15 sembra che ci fu la famosa vendita dei documenti da parte del partito comunista). Fu inoltre segnalato a Cernobbio, Argegno, Muronico e ad Osteno, sulle sponde italiane del lago di Lugano. Il 13 settembre pare che passò anche a Venegono (Varese) dove ebbe modo di ringraziare il Donegani. Meno di quarantotto ore dopo, il per lui lieto evento dell'acquisto e trasbordo dei documenti dalle mani comuniste, ripartì per Londra! In una lettera privata scrisse: «Nel ritorno ho portato con me 15 quadri, il risultato di questi quindici giorni di sole …» Ma in quel ritorno a Londra aveva sicuramente con sè qualche altra cosa! Il 28 ottobre del 1945 il settimanale "Voix Ouvrière" di Ginevra uscì con una illustrazione a tutta pagina nella quale si vedeva Churchill seduto davanti a un caminetto intento a gettare delle carte nelle fiamme… Churchill venne ancora in Italia, fin nel luglio del 1949 quando soggiornò, sul lago di Garda, al Grand Hotel di Gardone Riviera. Visitò a Maderno la Villa Gemma, già residenza del ministro di Mussolini Carlo Alberto Biggini, al quale era stata affidata copia del carteggio. Tutto questo gran daffare da parte del premier inglese in persona, che fa il paio con l'iper efficienza dei servizi segreti inglesi non deve meravigliare visto che in un rapporto redatto dai servizi segreti inglesi verso la fine della guerra, si diceva chiaramente «Poiché una parte del materiale può essere compromettente per i governi Alleati e alte personalità italiane, è nell'interesse degli Alleati mettere al sicuro gli archivi».
Emblematiche furono poi alcune faccende che passano sotto il nome di "documenti del camioncino", "documenti nella cavallina" e l'"infame baratto". Le vogliamo riportare perché sono veramente indicative dello squallore di quei tempi. Facciamone un breve riassunto. I "documenti del camioncino" erano una selezione di carte eterogenee e molto importanti che, al seguito di Mussolini in viaggio verso Como la sera del 25 aprile 1945, forse a causa di un guasto al mezzo, si perse per strada. Dunque, alcuni documenti, contenuti pare in un bauletto zincato,[9] furono presi dai partigiani bianchi della zona di Garbagnate agli ordini dei fratelli Arturo e Carlo Allievi i quali il 2 maggio li consegnarono, assieme al neo sindaco di Garbagnate Vittorio Lamberti-Bocconi, al presidente del CLN milanese avvocato Luigi Meda democristiano. Con il consenso di Meda un gruppo di documenti (riguardanti probabilmente gli aspetti militari e con riferimenti agli inglesi) furono poi consegnati da Arturo Allievi e Lamberti-Bocconi al brigadiere Jeffries della PWB,[10] accompagnato da un collega americano, i quali promisero una ricompensa, come attestò l'ambasciatore inglese Sir Noel Charles. Gli inglesi stessi confermarono in alcune loro comunicazioni l'importanza del materiale, definito, originale, così recuperato. Sembra che vari documenti del bauletto vennero poi gestiti da un altro democristiano, il conte Pier Maria Annoni del CLN regionale lombardo (su delega del presidente, il comunista Emilio Sereni), preposto proprio alla supervisione di queste faccende in quanto Commissario di governo per l'ex ministero degli interni. Conclusione: i più importanti documenti di questo bauletto sparirono nel nulla, ma sappiamo, da tanto di lettere e riscontri rimasti agli atti, che due di questi eroici partigiani ovvero Arturo Allievi e Vittorio Lamberti-Bocconi stettero a contrattare, anche per iscritto, con gli inglesi per circa due anni (sic!), perchè richiedevano a compenso, al posto di onorificenze varie (arrivate alla fine alla proposta di una elargizione di 100 sterline), un visto per il Lamberti-Bocconi onde poter seguire, per alcuni mesi, dei corsi di specializzazione in medicina negli ospedali inglesi ed una assunzione in una compagnia aerea estera per l'Allievi! Si pensi al valore che potevano avere quei documenti, che lasciarono in quelle ore a Como Mussolini costernato per la loro perdita, se ministeri, uffici e apparati inglesi si rimpallarono per circa due anni la questione dell'eventuale compenso! I "documenti nella cavallina" costituivano un'altra parte di importanti documenti in qualche modo attinenti all'archivio di Mussolini, probabilmente quelli sequestrati nei giorni precedenti a Villa Mantero (forse quelli in possesso di donna Rachele) e poi nascosti in una cavallina ginnica. Non è chiaro se ce n'erano anche altri provenienti da Dongo o simili, comunque questo lotto venne nascosto, su brillante disposizione, non si è ben chiarito se del prefetto Virginio Bertinelli (più probabile) o del comandante della Piazza di Como Raffaele Pinto Cremonesi, (essendone a conoscenza anche il questore Davide Grassi ed il vice questore comunista prof. Ferdinando Cappuccio), in un ripostiglio degli attrezzi e più esattamente nell'imbottitura di una cavallina, presso la Società Ginnastica Comense. Ebbene, il 22 maggio 1945, un ufficiale britannico del Field Security Service, forse il capitano Malcom Smith alias Johnson, piombò nel magazzino, puntò con precisione il gruppo degli attrezzi, sventrò la cavallina e si portò via tutti i documenti, trasferendoli a Moltrasio nella villa Donegani, già Apraxim, sede del comando speciale inglese![11] L'"infame baratto" è invece la definizione che può tranquillamente attribuirsi, qualora fosse un giorno accertata con sicurezza, per la vendita di importanti documenti agli inglesi. La riportiamo così come è stata ricostruita, non sappiamo con quanta precisione,[12] dai ricercatori e scrittori storici (vedi soprattutto: Giorgio Cavalleri nel suo Ombre sul lago Ed. Piemme, 1995 dal quale abbiamo ripreso l'episodio). «Pochissime settimane dopo il soggiorno di Wiston sul lago di Como, i primi giornali che iniziarono a fornire ed accreditare le voci del carteggio furono quelli svizzeri che scrissero chiaramente che l'ex Premier britannico era venuto personalmente a Moltrasio per recuperare dei documenti. Il 28 ottobre del 1945 il settimanale "Voix Ouvrière" di Ginevra uscì con una illustrazione a tutta pagina nella quale si vedeva Churchill seduto davanti a un caminetto intento a gettare delle carte nelle fiamme (…) Infatti, precedentemente, il sabato 15 settembre, due esponenti del servizio inglese (uno era forse il solito capitano Malcom Smith, alias Antony Johnson) si incontrarono, nel pomeriggio, alla periferia di Como, forse presso l'allora trattoria "la Pergola", con un individuo (…) L'incontro era stato precedentemente concordato e gli esponenti del Field Security Service ottennero finalmente quanto da tempo cercavano con insistenza. Il loro interlocutore era lo spregiudicato segretario federale del PCI comasco, Dante Gorreri, detto Guglielmo, definito dagli stessi compagni come "il padrone". Egli aveva con sé un pacchetto nel quale si trovavano gli originali di 62 lettere che, prima dello scoppio del conflitto Churchill aveva inviato a Mussolini. Gli ufficiali inglesi ne entrarono in possesso in cambio di duemilioni e cinquecento mila lire che consegnarono all'esponente comunista in un pacco confezionato con carta da giornali. Per ogni evenienza Gorreri aveva cercato di cautelarsi, conservando le copie del carteggio che era stato rinvenuto nelle due borse che il Duce aveva con se il 27 aprile. Il mandante dell'assassinio della "Gianna" (Giuseppina Tuissi) non poteva immaginare che, pochi mesi dopo, qualcuno le avrebbe asportate da quel nascondiglio "super segreto" nel quale le aveva riposte (si riferisce a Carissimi-Priori - N.d.R.)». Non esenti da critiche, ed in questo caso anche con l'aggravante del tradimento, sono poi coloro che, fascisti o membri della FFAA o servizi della RSI, ebbero l'incarico da parte del Duce o di chi per lui, di mettere al sicuro parte di quel carteggio, ma anni dopo hanno invece finito per barattare e cedere in qualche modo quanto in loro possesso.[13] Del resto come meravigliarci di questo comportamento, quando quasi tutto il neofascismo italiano, persa e finita la guerra e la guerra civile, subì in pochissimo tempo una profonda trasformazione ideologica e politica in senso filo occidentale, sconfinando addirittura in forme di collaborazionismo attivo e spesso criminale con i servizi segreti americani e sionisti ? Trasbordo questo, per i neofascisti, di pensiero e di idee i cui prodromi già si erano visti in alcuni ambienti della RSI (in particolare la Decima Mas di Borghese) o in varie personalità di governo repubblicano chiamate alle loro cariche da Mussolini, per necessità di Stato e capacità tecniche e politiche, ma certamente non fascisti in senso stretto. Ma il passaggio diretto, armi e bagagli, all'ex nemico si realizzò immediatamente dopo l'aprile del 1945, ed in qualche caso addirittura prima, quando l'OSS americano arruolò, per diverse utilizzazioni funzionali agli interessi occidentali (tra le quali le operazioni di mafia in Sicilia e le prime strutture clandestine anticomuniste che portarono poi alla famigerata Gladio), alcuni ufficiali e membri della RSI.[14] Ma la vera trasformazione in senso filo americano e destrista, di tutto l'ambiente neofascista, avvenne alla fine degli anni '40, dapprima con la nascita, di ispirazione massonica e sotto stretta osservanza del governo democristiano di allora, del MSI e poi con la creazione di molti gruppuscoli, cosiddetti extraparlamentari i cui dirigenti erano controllati ed ispirati dal SIFAR-SID o dal Ministero degli Interni e quindi subordinati agli interessi della NATO.
D'altronde quello della bassezza morale e civile dell'italiano è un discorso che purtroppo coinvolge l'intero popolo italiano così come coinvolgeva tutti gli italiani, nella comune responsabilità, il tradimento dell'8 settembre. Lo stesso Mussolini fu buon profeta, anche se non immaginava mai quello che poi sarebbe accaduto nella razzia e nella sparizione dei documenti, quando ebbe a dire per telefono al ministro Paolo Zerbino il 25 marzo 1945 e riferendosi alle carte appena fatte duplicare: «... bisogna in ogni modo impedire che anche una piccola parte possa cadere in mano a gente che abbia grande interesse a distruggerle o a nasconderle. La gente a cui alludo sono i molti italiani che non hanno esitato ad allearsi ai veri nemici dell'Italia, per poter avere buon gioco vent'anni dopo. Figuratevi se questi pensano di fare qualcosa per l'onore delle armi italiane o di muovere un dito per il prestigio nazionale, questi straccioni non hanno fatto altro che tradire nel nostro Paese e all'estero!».
Come ebbe giustamente a rilevare Maurizio Lattanzio nella sua analisi del popolo italiano preso in senso generale:[15] «Gli italiani sono una composita mistione etnica, ovvero il limite degradato raggiunto da un costante processo di decadenza (o "putrefazione" ?) razziale conseguente -sul piano storico- alla scellerata fusione (che evoca un ordine di cause metastoriche ...) intervenuta nel corso dei millenni tra le primordiali razze ario-boreali che fonderanno la civiltà di Roma, e, dall'altra parte, lo strato etnico pre-ario pelasgo-mediterraneo e la razza degli schiavi levantini che, all'epoca del Basso Impero, Roma importerà dall'Oriente. L'informe poltiglia costituita dall'umanità mediterraneo-levantina subirà quindi le periodiche invasioni di razze più forti. Essa reagirà defilandosi e assumendo un atteggiamento di obliquità etnica posta al servizio di materiali ed utilitaristiche esigenze di sopravvivenza. L'italiota furbo è dunque un detrito razziale stratificatosi durante plurisecolari esperienze di scaltro servilismo. Di qui la tortuosità -scrive Adriano Romualdi-, l'arte di mentire e destreggiarsi [cioè] la tipica caratteristica di una razza di sottomessi, il marchio impresso sulla schiena di un'umanità di second'ordine. Il furbo, il trafficante accorto e servile pronto ad umiliarsi e a scansare i pericoli è, nel quadro di una morale aristocratica, il cattivo per eccellenza... Quando il fascismo cercherà di plasmare la Nuova Italia avviando il processo rivoluzionario che avrebbe dovuto condurre alla formazione dell'uomo nuovo, la razza sfuggente si sottrarrà all'impegno, rivelandosi razzialmente inadeguata in rapporto alle alte tensioni, che il Duce tenterà di innescare nell'esangue corpo della società italiana... Il Führer identificherà il dramma interiore del Duce: "L'Italia si era riallacciata alle ambizioni di Roma. Essa ne aveva le ambizioni, ma non le altre caratteristiche - un anima fortemente temprata e la potenza materiale"». Fin qui il Lattanzio, ma possiamo anche aggiungere gli altri tipici difetti caratteriali degli italiani, difetti comunque un po' comuni a molte nazioni latine: la retorica nel linguaggio, l'uso di frasi roboanti e spavalde, non suffragate da altrettanta decisione e potenza militare, la faciloneria, l'impulsività che porta all'eccessiva esaltazione nei momenti di successo per passare poi all'estremo abbattimento e denigrazione nei momenti di sconfitta, la facilità nel saltare il fosso per salire sul carro dei vincitori, ecc. Insomma, e non per niente, la nostra cinematografia ci ha reso magnificamente il ritratto dell'italiano tipo, un ritratto nel quale la gran maggioranza della popolazione si è sempre rispecchiata e riconosciuta: quello del Sordi, di Manfredi, del Gassman, in un certo senso anche di Totò, ecc., ovvero quel tipo umano borioso e spaccone con i deboli e umile e servile con i forti; in pratica un pusillanime e un cialtrone, anche se bonaccione, che poi alla fin fine magari si riscatta grazie alle sue doti di buon cuore, o grazie anche ad un gesto impulsivo di eroismo, ma che, tutto sommato, resta per quello che in realtà è sempre stato: un vile ed un voltagabbana. Certamente ci sono nell'italiano anche esigue minoranze che non si identificano in questo quadro caratteriale ed esistenziale così negativo e sono poi quelle che, proprio nella prima metà del secolo scorso, ci hanno lasciato fulgidi esempi di eroismo e dedizione, ma queste individualità non possono cambiare il quadro d'insieme del nostro popolo. Così come non possono cambiarlo alcuni lati positivi dell'italiano, resi quasi a compensazione delle sue carenze morali, vedi per esempio, la genialità, la laboriosità, la bravura e l'efficienza manageriale, il saper reagire con vigore quando viene messo alle corde, ecc. Proprio su queste minoranze e su questi aspetti positivi dell'italiano, Mussolini, aveva fatto conto per elevare l'Italia ad un ruolo ed un rango storico di tutto rispetto, ma purtroppo, come la storia ha dimostrato, esse non furono sufficienti per proseguire in questo duro cammino.
Morte Mussolini: la grande impostura Sorvolando su le palesi bugie e le assurdità presenti nelle relazioni e nelle testimonianze che si riscontrano, nella retorica resistenziale, per l'uccisione di Benito Mussolini e Claretta Petacci, qui non oggetto del presente argomento e, senza quindi entrare in tutte le incongruenze presenti in quella mendace versione, vogliamo evidenziare una osservazione: È noto che i tre supposti diretti partecipanti, presenti a quella fucilazione (Walter Audisio, "Valerio"; Aldo Lampredi, "Guido"; e Michele Moretti, "Pietro" - N.d.R.), hanno attestato o testimoniato, negli anni, quanto segue: a) Audisio descrisse un Duce, nell'atto di essere fucilato, tremante, pavido, immobile, incapace di dire e fare alcun chè (tranne, biascicare frasi oltretutto improbabili e senza senso); b) per Lampredi, invece il Duce, dopo essersi scosso da questa inanità, aprendosi il pastrano, griderebbe: «Mirate al cuore!» e scrive Lampredi (nella sua famosa Relazione al partito del 1972), che di questo ne è al corrente anche Michele Moretti che si impegna a tacerlo); c) Moretti, invece, molto tempo dopo, negli anni '90, confesserà che vide il Duce non troppo sorpreso di essere fucilato e quindi lo sentì gridare con foga: «viva l'Italia!»). E si badi bene, questi tre soggetti, sono a pieno titolo all'interno della cosiddetta versione ufficiale di quella morte, sono sempre stati testimoni riconosciuti e gratificati da tutta la storiografia resistenziale!!! [16] Puntualizziamo adesso meglio la definizione degli archivi segreti del Duce al fine di chiarificare meglio tutta questa questione.
Archivi e Carteggio segreto di Mussolini Come ben sintetizza F. Andriola nella prima edizione del suo libro, con la comune denominazione di "Archivio della Segreteria particolare del Duce", si raggruppavano una immensa mole di documenti che poi si dipartivano in tre sezioni ognuna con una organizzazione a sè stante. Due archivi affatto diversi costituivano l'archivio ordinario e quello riservato. A questi, dal 1934, si era aggiunto l'archivio militare segreto. In generale trattasi di numerosissimi e svariati documenti, appunti, lettere, rapporti, informative, ricevute, dossier, ecc., di diversa natura: pubblici, privati, personali, politici, economici, militari, ecc., in parte ereditati, ma soprattutto raccolti o conservati nel corso degli anni da Mussolini e a suo tempo ubicati in luoghi differenti. In questa nostra ricostruzione comunque ci interessano, più precisamente, gli incartamenti relativi a quella diplomazia sotterranea e parallela che intercorse con Churchill al momento dell'entrata in guerra dell'Italia ed eventualmente nel periodo successivo. Fino al 1941 tutti i dossier della Segreteria del Capo del Governo stavano al Viminale, ma durante i mesi estivi venne fatta una divisione: l'ordinario restò al Viminale (requisito dagli Alleati che presero Roma nel giugno del '44), mentre la parte riservata e soprattutto quella militare fu trasferita a Palazzo Venezia. Assunto il potere, dopo il 25 luglio del 1943, il governo Badoglio incaricò il Comando Supremo, con un ordine del generale Giuseppe Castellano, di requisire alcune casse dell'archivio segreto e le trasferì a Palazzo Vidoni. In seguito il ministro della Real Casa duca Pietro Acquarone fece prelevare i fascicoli riservati e personali di Casa Savoia. Dopo l'8 settembre, in ogni caso, anche i tedeschi ebbero modo di entrare in possesso di parecchi documenti di questo archivio. Durante la RSI fu invece rintracciato, chiuso in casse, alla stazione Centrale di Milano dove è chiaro che si cercava di portarlo all'estero, parte dell'archivio militare segreto. Infine l'archivio in qualche modo raggruppato fu fatto trasferire al seguito di Mussolini a Villa Feltrinelli a Gargnano sul Garda dove rimase sotto il suo controllo fino alla fine della repubblica. Quando Mussolini lasciò Gargnano, la sera del 18 aprile, molti documenti furono portati via, in quell'occasione e nei giorni successivi, ma altri restarono sul posto e furono poi presi dagli Alleati. La sera del 25 aprile 1945, durante il trasferimento a Como, una parte importante di questo archivio si perse su di un camioncino al seguito della colonna di Mussolini. Un altra parte, altrettanto importante, venne requisita a Dongo ed è quella oggetto della nostra ricostruzione storica. Era portata in almeno 4 borse, ovvero in quella trovata sul camion tedesco con il Duce e in una custodita da Vito Casalinuovo, colonnello della GNR addetto alla persona del Duce. Un altra era nella macchina dei Petacci. Queste borse requisite a Dongo non vennero dettagliate nel loro contenuto, salvo generici accenni fatti in sporadiche testimonianze. Contenuto che poi ebbe in buona parte a sparire nei giorni successivi. Infatti i documenti, passando per il Comando generale del CVL, furono poi spartiti tra i componenti del CLNAI che provvidero a consegnarli, gentilmente, ai diretti interessati: gli Alleati, specialmente quelli di ordine militare o riguardanti nazioni in guerra (anni dopo ne restituirono una certa parte); casa Savoia, personalità varie, strutture istituzionali interessate, ecc. Anche il PCI, non è ben chiaro come e quando, ma entrò in possesso di una cospicua parte di cui poi fece alcune fotocopie.[17] Ma, oltre a queste tre borse, quasi sicuramente la parte più piccola, ma più importante del carteggio, forse quella con la corrispondenza segreta con Churchill, era addosso a Mussolini stesso, contenuta in una piccola borsa di pelle marrone, tipo busta, di circa 25 cm. In questo senso ci sono varie testimonianze, tra cui quelle importantissime e decisive di Pietro Carradori, il suo attendente addetto alla sicurezza, che ne conferma l'esistenza precisando che il Duce non la lasciava mai e soprattutto di Elena Curti che la vide in mano a Mussolini proprio nella famigerata autoblinda ferma a Musso il 27 aprile '45. In ogni caso, parte di queste documentazioni furono portate a Domaso nella cassaforte della locale filiale della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, ma altre probabilmente sparirono immediatamente e viene naturale additare come responsabili di queste sottrazioni il comandante della 52a Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" Pier Bellini delle Stelle Pedro,[18] e il vice commissario Urbano Lazzaro Bill[19] stranamente lacunosi, contraddittori o reticenti nelle loro future relazioni e testimonianze, ed in un momento immediatamente successivo il PCI. Precedentemente alcuni dossier, non è ben chiaro di quale natura, ma certamente inerenti anche i rapporti con lo statista britannico, erano stati fatti appositamente fotografare e duplicare dal Duce, al fine di utilizzarli, al momento opportuno, per le ragioni del nostro paese e a difesa del suo operato. In parte erano anche stati portati all'estero (come i suoi diari), più che altro in Svizzera, ed altri erano stati affidati in varie mani con l'intento di metterli al sicuro e di renderli pubblici al momento opportuno: cosa che non avvenne, così come sparirono anche i depositi esteri. [20] Per tutti questi motivi spesso si è costretti a dare la definizione di Carteggio a gruppi o trance di documenti di vario genere e diversa importanza, recuperati in qualche modo ed in vari posti dagli inglesi o spuntati in un secondo momento, frammisti ad un certo numero di falsi, fermo restando il fatto che l'oggetto principale e di estrema importanza storica risiede nei documenti attinenti i rapporti segreti tra Mussolini e Churchill che possono essere costituiti sia dagli originali che dalle fotocopie fatte fare dal Duce o anche da successive copie fotografiche eseguite di seconda mano (per esempio quelle fatte dal partito comunista italiano).
L'utilizzo politico degli Archivi riservati Si sono addossate a Mussolini due accuse tra loro diametralmente opposte: quella morale di aver costituito un archivio riservato, raccolto negli anni, per poterlo utilizzare ricattando ed intimorendo eventuali avversari politici e/o contestatori all'interno del partito e quella di una mancata prassi rivoluzionaria per non aver fatto tabula rasa, procedendo alle necessarie fucilazioni di disfattisti, nemici irriducibili del fascismo e traditori dello stesso. A parte il fatto che l'uso dell'arma del ricatto e della pressione, attraverso documenti compromettenti per gli avversari è, in politica come negli interessi economici, una consuetudine e, oseremmo dire, una necessità da sempre praticata, le due suddette accuse le abbiamo volute mettere in relazione tra loro proprio perchè si prestano ad una risposta univoca. Infatti, da questa alternativa non si scappa: o Mussolini, visto il contesto italiano, avrebbe dovuto procedere ad un massacro generalizzato di tutti gli avversari irriducibili e di tutti i traditori che gli si fossero presentati nel corso della sua rivoluzione e durante gli anni di regime dittatoriale (finendo per restare praticamente da solo!) o all'inverso avrebbe dovuto, come in effetti ha fatto, utilizzare ogni altra forma di lotta politica, anche quella costituita da pressioni e intimidazioni, per mantenersi al potere. In Italia la via rivoluzionaria scelta da Mussolini, connaturata alla sua intima natura non sanguinaria, fu evidentemente la seconda, quella politica. Le leggi della Storia non ammettono debolezze; la dinamica politica dimostra inoltre che quando una componente, in lotta con altre, si indebolisce o è in forti difficoltà, da queste altre viene inevitabilmente fagocitata: nulla resta statico né in equilibrio. Importanti sono il potere delle idee e della convinzione, ma in certi momenti solo la disponibilità della forza, di qualunque natura sia (tra cui a volte, purtroppo, anche la corruzione) può ristabilire i precedenti equilibri o imporne di nuovi. Chi finge di indignarsi, non solo dovrebbe considerare a come vengono risolti gli attriti e i contrasti irriducibili nei paesi dove vigono vere e spietate dittature, ma anche quello che accade nei paesi democratici, dove oltre alla corruzione più sfrenata, quando non basta, si ricorre alle intimidazioni attraverso gli attentati, allo stragismo fatto con le bombe, ai delitti impuniti e silenziosi o camuffati attraverso i servizi segreti! Mussolini, adeguandola alla natura dell'Italiano, cioè ad tipo umano dal carattere non certamente irriducibile, si può dire che ha de-cruentizzato la rivoluzione,[21] limitandosi all'uso di qualche manganellata e di qualche anno di confino (oltretutto neppure costituito da dure privazioni) ed appunto al deterrente di essere a conoscenza di tanti squallidi segreti per conoscere i quali venne a suo tempo costituita l'OVRA.[22] Addirittura ex suoi avversari, che ne avevano attentato la vita, come il massone Tito Zaniboni risultò, dalle documentazioni in archivio, di aver beneficiato di generosi aiuti per la figlia. E non era questo, certamente un episodio isolato, anzi. Come non sono stati episodi sporadici le grazie ed i salvacondotti concessi a molti, troppi, avversari o ex avversari durante la RSI, salvandogli in tal modo la vita. E quanti noti antifascisti, soprattutto fuoriusciti, finirono per essere confidenti dell'OVRA, tanto che già nella prima riunione del consiglio dei ministri nel dopo liberazione, affrontando questo argomento in via riservata, si pensò bene, tutti d'accordo compresi i comunisti, di non rendere noti gli elenchi dei confidenti. Non utilizzando il sangue, Mussolini si riservò comunque di utilizzare, all'occorrenze, le carte riservate.
Del resto, diciamola tutta: a nostro avviso, considerando la
bassezza morale e caratteriale dell'Italiano, un Mussolini che avesse incarnato
in sè stesso le attitudini rivoluzionarie violente e fatte di pochi scrupoli,
addirittura di un Hitler e uno Stalin messe insieme, avrebbe praticamente dovuto
riempire all'inverosimile i cimiteri di tutta Italia e forse con scarsi
risultati.[23] Relazione tra cause della guerra e contenuti del carteggio Se oggi, a oltre sessanta anni dalla fine della guerra[24] non possiamo ancora fare chiarezza sulle esatte motivazioni che spinsero il nostro paese al conflitto, nonché su gli avvenimenti che lo determinarono, lo dobbiamo anche e soprattutto a coloro che vendettero senza vergogna il carteggio di Mussolini agli inglesi, perchè proprio da quelle carte c'era la possibilità e l'utilità, di conoscere la verità sul nostro intervento in guerra. È per colmare, fin dove possibile, questa lacuna di conoscenze storiche, che oltretutto sono state stravolte e mistificate da oltre mezzo secolo di menzogne e luoghi comuni, che abbiamo realizzato questo lavoro. In senso stretto ci riproponiamo quindi di fare chiarezza, in particolare, su i contenuti del carteggio Mussolini-Churchill e su gli scopi e la funzione per le quali Mussolini intendeva servirsene. Ma cercheremo anche di far luce su le cause ed origini che portarono alla seconda guerra mondiale e soprattutto all'intervento italiano perché, in mancanza di carte scritte, è solo nel quadro storico d'insieme di quel periodo, nel succedersi frenetico degli avvenimenti e nelle strategie geopolitiche e belliche dei contendenti, che è possibile dare una risposta abbastanza veritiera e coerente su i contenuti del carteggio. Purtroppo, in mancanza di carte scritte, appartenenti al carteggio in oggetto, soltanto inquadrando ed interpretando le vicende storiche che portarono a questo scambio epistolare, a questa diplomazia sotterranea e parallela, tra Mussolini e Churchill, soltanto sottoponendo al vaglio di una logica coerente, i fatti, le testimonianze e le deduzioni degli storici, è possibile avanzare delle concrete ipotesi sul loro contenuto. E questo anche se, spesso, la ricerca di particolari verità nelle vicende storiche, attraverso l'uso di sillogismi e logiche deduttive può generare, la messa in circolazione di ipotesi campate in aria o inverosimili (soprattutto se interessi di scoop editoriale vi girano attorno). Renzo De Felice, forse il massimo storico italiano, si dichiarò convinto che i servizi inglesi abbiano spinto, se non incitato, i partigiani a eliminare Mussolini affermando testualmente (ed in questi casi non si pronunciava mai a sproposito o con superficialità): «La documentazione in mio possesso porta tutta ad una conclusione: Benito Mussolini fu ucciso da un gruppo di partigiani milanesi su sollecitazione dei servizi segreti inglesi. C'era un interesse a far sì che il capo del fascismo non arrivasse mai ad un processo. Ci fu il suggerimento inglese: "fatelo fuori!", mentre le clausole dell'armistizio stabilivano la consegna. Per gli inglesi era molto meglio se Mussolini fosse morto. In gioco c'era l'interesse nazionale legato alle esplosive compromissioni contenute nel carteggio che il premier britannico Churchill avrebbe scambiato con Mussolini prima e durante la guerra».[25] Precedentemente nel famoso saggio pubblicato, sempre nel 1995 in "Rosso & Nero", il De Felice, dopo aver affermato che la storia della RSI era ancora imperscrutabile perchè inquinata dal lavorio di troppi Servizi Segreti stranieri: «C'erano persino gli svizzeri, oltre agli inglesi, ai tedeschi, agli americani …», aggiunse a precisazione: «Fu molto facile per gli inglesi evitare (...) che gli americani mettessero le mani sul Duce. Fecero tutto i partigiani. Ma fu un agente dei servizi inglesi, italiano di origine,[26] che li esortò a far presto a chiudere in fretta la partita». De Felice aveva anche affermato che gli inglesi avevano praticamente ispirato ed istigato i settori più oltranzisti del CLNAI affinché eliminassero alla svelta Mussolini onde evitare che fosse consegnato vivo agli Alleati come previsto dalle clausole armistiziali. Lo storico aveva quindi preannunciato un imminente studio in merito. Di li a non molto, purtroppo, lo scrittore è deceduto e tutto è rimasto incompiuto.
Storiografia deduttiva, pregi e difetti: un esempio istruttivo, il 25 luglio Visto che, in mancanza di documenti ufficiali, in questa nostra ricostruzione storica dovremo spesso fare uso di una certa logica deduttiva per poter spiegare fatti ed eventi apparentemente strani o contraddittori o comunque altrimenti inesplicabili o spiegati in modo mistificatorio, dobbiamo però, come già accennato, avvertire il lettore che questo tipo di indagine storiografica, è valido soltanto se non sconfina in voli di fantasia e sia invece ancorato alla stretta cronaca e logica degli eventi effettivamente accertati. Non di rado scrittori e giornalisti storici, infatti, si sono spesso divertiti a pubblicare nel corso degli anni, delle ricostruzioni apparentemente logiche, ma in realtà totalmente fantasiose. Consideriamo per esempio il problema del cosiddetto colpo di Stato del 25 luglio 1943 in cui Mussolini, posto in minoranza dal Gran Consiglio del fascismo, venne praticamente messo in condizioni tali da poter essere liquidato dal Re. Il fatto che non ci siano molti riscontri effettivi su quegli eventi e ci siano invece molte testimonianze contraddittorie ed incomplete, e soprattutto traspare un apparente strano comportamento del Duce, ha fatto sì, che scrittori in vena di sensazionalismo potessero addirittura avanzare l'ipotesi che il Duce abbia volutamente e sottilmente agevolato il voto contrario del Gran Consiglio (chi dice per defilarsi da una guerra oramai persa, chi dice per aver mano libera a mettere in piedi una strategia di sganciamento dalla Germania, senza eccessivi rischi, ecc.). Se storici come il De Felice, per fortuna non si sono prestati a questi giochetti, soprattutto perché la logica e gli elementi di riscontro ad oggi accertati escludono a priori ipotesi fantasiose ed hanno, tra l'altro, ben evidenziato che nella seduta del Gran Consiglio Mussolini, seppur in preda a lancinanti dolori addominali, si batte al massimo delle sue possibilità, altri ricercatori storici come ad esempio il Franco Bandini o il Silvio Bertoldi, che pur vantano altri e importanti meriti nella demistificazione storica del nostro recente passato, hanno invece battuto queste strade, dando l'impressione di voler agitare un certo sensazionalismo da rotocalco, più che una seria ricerca storica. Una cosa comunque è certa: se all'epoca Mussolini avesse veramente deciso di defilarsi dalla guerra, aggirando a sue spese in qualche modo i tedeschi e venendo così incontro ai settori militari, politici e della corona che proprio questo desideravano, non ci sarebbero di certo stati il 25 luglio ed il suo successivo arresto![27] Ma stante la situazione militare del momento e il punto in cui era arrivata la guerra, soltanto un criminale avrebbe potuto aderire a questo desiderio.[28] Testimonianze sulla prigionia di Mussolini a Ponza nell'agosto del 1943, riferiscono che il Duce ebbe a dire al maresciallo dei carabinieri Sebastiano Marini quanto segue: «L'Inghilterra ha già proposto una pace separata, ma io non ho ritenuto conveniente accettarla per il decoro e l'onore della nazione, senza contare la triste situazione in cui avrei messo il popolo italiano, se si pensa che la Germania, dopo il patto d'acciaio, avrebbe rivolto le armi contro di noi». Questa importante testimonianza ci dimostra, in un colpo solo, non soltanto l'interesse inglese di addivenire ad un accomodamento con l'Italia (che era stata come vedremo praticamente trascinata in guerra), ma probabilmente a spese e responsabilità di un nostro tradimento verso l'alleato, ma anche il corretto agire di Mussolini vista l'impossibilità pratica di perseguire questa strada. È vero che l'atteggiamento del Duce, quel giorno e i precedenti, a prima vista può sembrare passivo, molle e non adeguato al pericolo di un colpo di stato che pur da più parti gli era stato preavvisato, ma questo risiede nel fatto, semplicissimo ed evidente, che in quelle condizioni e in quel particolare momento il Duce aveva la sola alternativa di far scivolare la riunione e la prevista sedizione del Gran Consiglio nel modo più indolore e silenzioso possibile: ogni sua decisa reazione e peggio ancora l'uso della forza, anche solo minacciata, avrebbe fatto sicuramente precipitare tutta la delicata situazione, consentendo al Re di togliergli immediatamente quella fiducia che, invece il Duce, sbagliando, credeva di avere ancora. Si consideri che, in quel momento, i rapporti di forza tra Istituzioni, Forze Armate, Servizi, Polizia e Carabinieri da una parte e Milizia e Partito fascista dall'altra (con i tedeschi impossibilitati a prendere parte per ragioni diplomatiche e militari), pendevano sproporzionatamente dalla parte dei primi, ovvero della Corona. Del resto non è possibile ignorare una serie di fatti e particolari pur storicamente accertati i quali, già da soli, fanno si che la semplice logica dei fatti escluda categoricamente le ipotesi fantasiose di scrittori in vena di sensazionalismo.[29] Per esempio: * il colloquio con Farinacci, all'alba del 25 luglio, poco dopo che si era concluso il Consiglio, nel quale il Duce gli preannunciava che forse ci sarebbe stato bisogno di lui «come ai bei tempi». La reazione di forza, al voto contrario del Gran Consiglio, fu poi logicamente scartata da Mussolini che preferì aggirare la faccenda contando sulla razionalità del Re e la sua non convenienza a far precipitare la situazione; * la telefonata alla Petacci, sempre all'alba ed alla fine del Consiglio, nella quale, costernato, la mise in avviso che tutto è probabilmente finito e quindi sarebbe meglio che lei si mettesse al sicuro; * il suo muoversi, in quella giornata domenicale del 25 luglio, alla ricerca di ogni appiglio per ribaltare la situazione (come la lettera che gli arriva da Cianetti con il suo ritiro del voto); [30] * il fatto di contare sulla notizia, pervenutagli in giornata, che il maresciallo Graziani si sarebbe messo eventualmente a disposizione del Duce per un rimpasto allo Stato Maggiore Generale, tutti indizi questi che attestano la volontà di Mussolini di giocarsi ancora certe carte politiche; * il fatto certo che Mussolini, nonostante il voto contrario del Gran consiglio, optò per chiedere un immediato, seppur rischioso, incontro con il Re, essendo razionalmente convinto che anche sua Maestà si sarebbe reso conto che non era opportuno defenestrarlo al fine di preparare uno sganciamento, impossibile e pericolosissimo, nei confronti della Germania e che quindi solo Mussolini avrebbe potuto trovare una soluzione alla situazione bellica (magari spingendo ancor più verso Hitler e gli alleati per chiudere il fronte russo o forzando la mano agli inglesi per costringerli, probabilmente dietro la minaccia di svelare eventuali intese segrete intercorse con l'Italia al momento della sua entrata in guerra, ad accettare una proposta di ricomposizione della guerra);[31] ed infine la moglie, donna Rachele, che lo vide arrivare al mattino a villa Torlonia bianco come un lenzuolo.
Alcune testimonianze sul carteggio Per la storiografia ufficiale, testimonianze generiche, quando non suffragate da attestati precisi, non costituiscono prove concrete sia in un senso che nell'altro, la stessa storiografia non può però ignorare l'assurdità manifesta laddove si riscontra, tra i pochi reperti rimasti agli atti dello Stato italiano o restituiti dagli Alleati, in particolare tra le carte sequestrate a Mussolini a Dongo il 27 aprile 1945, la rimanenza di un cernita eterogenea di documenti, tutti privi di una importanza storica veramente significativa. Al contempo, non solo sono evidenti buchi e mancanze tra questi documenti rimasti (in particolare tra i dossier militari e quelli riferiti ai capi di stato esteri, indice di sicure sottrazioni), ma prendendo atto di quel poco che è rimasto agli atti, soprattutto per i documenti definiti "i documenti della borsa" bisognerebbe affermare che Mussolini, da perfetto imbecille, se ne andò gironzolando da Como a Menaggio e quindi fini a Dongo portandosi dietro più che altro ritagli di giornali, persino qualche poesia e lettere e documenti di secondaria importanza e che a nulla potevano servirgli! In ogni caso non potendo riportare tutta la mole di testimonianze e resoconti forniti, in tempi diversi, sul carteggio in possesso di Mussolini, ne offriamo qui una sintetica panoramica di testimonianze per la quale, comunque, non è possibile attestarne l'effettiva verità raccontata, ma soprattutto è difficile capire quanto esse risentono di speculazioni politiche del momento. In particolare, mentre da parte partigiana, oltre al fatto che vi si trovano elementi che, di fatto, cedettero o vendettero il carteggio agli inglesi e quindi avevano tutto l'interesse a tacere, c'era anche la tendenza ad esagerare ruoli e avvenimenti di quel periodo e comunque molti diretti interessati risultarono sempre omertosi, se non palesemente mendaci, sulle vicende della morte di Mussolini, sulla razzia del cosiddetto Oro di Dongo e sulla sparizione dei documenti del Duce. Dall'altra parte invece, per molti cosiddetti ex fascisti,[32] nel dopoguerra trasbordati nella sponda del destrismo atlantico, è difficile discernere quanto, nelle loro testimonianze, risente di un pretestuoso anticomunismo ed anti sovietismo di comodo. Molti ex fascisti o pseudo tali, infatti, dopo essersi salvati dalla fucilazione, li ritroveremo ben introdotti nell'editoria e nella greppia parlamentare che il sistema democratico offrì loro nel dopoguerra. E questi soggetti, che ebbero la ventura di conoscere il Duce e di partecipare agli avvenimenti della RSI, in perfetta sintonia con la loro conversione para democratica ed occidentale, si trovarono subito a loro agio con la nuova era democratica e nella pratica dell'anticomunismo. Non è peregrino affermare che, nel clima della guerra fredda, all'uopo adattarono molti loro ricordi.[33] Se a questi, partigiani e/o pseudo fascisti che siano, si aggiunge tutta quella editoria semi scandalistica, sempre in cerca di scoop editoriali, che ebbe il merito, ma anche il demerito, di far emergere testimonianze ed attestati, spesso di dubbia provenienza e verità, vediamo come sia oltremodo difficile, tanto più oggi ad oltre 60 anni da quegli avvenimenti, di poter fare affidamento su quanto è stato relazionato e pubblicato con estrema leggerezza e pressappochismo. Tante testimonianze e ricordi, infatti, sono purtroppo stati raccolti nel dopoguerra o in periodi successivi, più che altro da giornalisti da rotocalco o ricercatori storici sui generis, senza averle potute approfondire e tra l'altro spesso modificate o ritrattate dagli stessi testimoni. Testimoni, alcuni dei quali, con il tempo risultarono in evidenti contraddizioni. L'unica cosa che può essere portata a sostegno di molte testimonianze concernenti l'esistenza di un carteggio Mussolini-Churchill, è il fatto che esse si riscontrano e si inquadrano perfettamente con altre attestazioni e conoscenze dei fatti. Fatta questa avvertenza, comunque, vediamo alcune di queste testimonianze, cominciando da quelle di parte partigiana e sottolineando però anche il fatto che, da altre testimonianze o particolari vari, si riscontra che molti di questi soggetti della resistenza furono al tempo, in un modo o nell'altro, collusi con l'Intelligence Service inglese.[34]
Testimonianze della Resistenza * Urbano Lazzaro, Bill che fu presente al momento del fermo di Mussolini a Dongo, parlando di una borsa di Mussolini, ivi requisita quel pomeriggio del 27 aprile '45, ma sottacendo la ben più importante piccola borsa di pelle "a busta" che probabilmente il Duce teneva con se sotto la giacca, ebbe a raccontare che, mentre si accingeva ad aprirla, Mussolini gli fermò il braccio dicendogli sottovoce: «Guarda che questi documenti sono molto importanti per il futuro dell'Italia». In altro ambito lo stesso ebbe a dettagliare genericamente il contenuto di questa e/o altra borsa da lui fatte custodire nel municipio di Dongo, ed è significativo che non accenni ad un dossier su Churchill. Secondo lui c'erano: «… un fascicolo blu, legato con nastro azzurro, reca la scritta "Affidata a Benito Mussolini. Segreto". Esso contiene, oltre i rapporti sulle attività partigiane in varie zone, documenti sulla situazione di Trieste, ritagli di giornale su un possibile passaggio di famigliari di gerarchi in Svizzera. Quindi un carteggio su Hitler, il processo di Verona ed uno su Umberto di Savoia contenente rapporti segreti su la vita omosessuale di Umberto». Nei libri da lui in seguito pubblicati però ed anche in successive interviste perorò, con il suo dire e non dire, la versione circa la presenza di un carteggio Mussolini-Churchill non specificando bene dove era detenuto. I comunisti, tirati spesso in causa, circa varie sparizioni e sottrazioni eseguite a Dongo, rimpallarono le accuse su di lui accusandolo di aver sempre mentito in particolare sulla storia delle borse del Duce.
* Michele Moretti, Pietro,[35] (considerato dalla mendace versione ufficiale sulla morte di Mussolini, uno dei partecipanti alla fucilazione) in un polemico e violento articolo scritto su "la voce di Como" del 1 luglio 1948, titolato "Falsi e turlupinature", smentì le versioni, relative alle vicende di Dongo ed all'arresto del Duce, rilasciate da Pedro e Bill (Bellini e Lazzaro) da lui definiti avventurieri (tra l'altro i due erano già stati accusati dal Moretti di «far la bella vita, spendendo e spandendo all'albergo Barchetta di piazza Cavour, dove rimasero fino all'estate del 1946 rilasciando interviste da consumate stars»). Il Moretti scrisse anche che i documenti del carteggio Churchill-Mussolini erano stati trasportati a Villa Miglio (a Domaso). Nota era comunque l'omertà del comunista Pietro, che tra l'altro aveva partecipato al traffico dei documenti razziati dal PCI e si rimpallava le accuse e le responsabilità con gli altri partigiani, ma in questa sede quello che interessa è la sua implicita rivelazione sull'esistenza di un carteggio riguardante Churchill.
* Il partigiano Lorenzo Bianchi, Renzo, prima asserì e poi in parte ritrattò, di aver visto, dentro le borse di Mussolini requisite a Dongo, una cartellina riguardante il carteggio con Churchill. Egli comunque, in una dichiarazione giurata rilasciata a Como il 10 aprile del 1947, affermò: «Il giorno 28 aprile 1945, intorno alle ore 3 del pomeriggio, il signor Lazzaro Urbano depose su un tavolo presso il quale io stavo seduto, nella Sala degli Specchi del Municipio di Dongo due borse, dicendomi testualmente di "non consegnarle a nessuno all'infuori di me". Si allontanò dalla sala essendo stato chiamato. Nel frattempo io aprii una delle borse e trassi una papeletta rosa legata con un nastro. Su detta papeletta erano scritte varie parole in lingua italiana, forse sei o sette, tra le quali risultava il nome "Churchill" . Le parole tra le quali era il nome "Churchill" non le ricordo. È falso quanto è stato pubblicato da "Milano Sera" che io ho dichiarato che sulla predetta papeletta era scritto: "Carteggio o Documenti Churchill", ovvero "Corrispondenza con Churchill"». Si sostiene che a guerra finita fu premiato mandandolo a lavorare al casinò di Campione d'Italia come crupier pagato in franchi svizzeri. Si dice anche che prima di morire avrebbe lasciato un memoriale da rendere pubblico, ma solo dopo la morte del figlio. Anche una relazione non firmata e non datata, ma probabilmente di fine anno 1945 o del 1946, pervenuta al PCI e resa nota solo nel 1996, attestava il fatto che il Lorenzo Bianchi, assieme al signor Venini di Domaso ebbero modo di vedere, nel municipio Dongo, il 28 aprile '45 due borse di colore diverso e contenenti un fascicolo riguardante Churchill (erano, probabilmente, le borse requisite a Marcello Petacci).
* Un altro partigiano Aldo Castelli, Pinon affermò che, assieme all'altro partigiano Stefano Tunesi, detto Primula Rossa, ebbero in mano per qualche ora le borse attribuite al Duce e requisite a Dongo, prima del loro trasferimento alla banca di Domaso. Il Castelli scrisse nel suo diario: «Demmo un occhiata a detti documenti di sfuggita e notammo diversi fascicoli su cui era scritto: "Corrispondenza Mussolini-Churchill", "Mussolini Principe di Piemonte", "Entrata in guerra", "Intervento in Spagna", "Processo di Verona". Volevo leggere attentamente tutto, ma non essendo all'altezza di comprendere certe cose tralasciai, dato anche che in quel momento avevo altri compiti più importanti».
* Ercole Botta, comandante del distaccamento Borsi della 52a Brigata Garibaldi, vide, almeno in parte, il contenuto delle borse in pelle, considerate del Duce e requisite a Dongo, e lo raccontò al fratello Alberto. Alberto Botta affermò infatti che il fratello gli disse che queste borse custodite da Stefano Tunessi e Urbano Lazzaro Bill, riguardavano un carteggio tra Mussolini e Churchill ed un fascicolo su Umberto di Savoia. In alcune carte ci sarebbe stato un invito di Churchill a Mussolini di attaccare la Francia.
* Ed infine, Sandro Pertini, socialista e futuro presidente della Repubblica italiana, anche se non presente a Dongo il 27 aprile '45, ma certamente informato dei fatti, ebbe a raccontare: «Nella borsa che Mussolini teneva con sé con tanta cura si dice che ci fossero lettere di Churchill, che Churchill aveva scritto a Mussolini prima della guerra e durante la guerra, questa è la cosa grave... Ora io credo che questo corrisponda a verità perché poi furono inviati dal governo inglese emissari qui in Italia, penso direttamente da Churchill, per venire in possesso di questa borsa. Anche io fui avvicinato da un uomo del comando inglese che mi chiese se per caso avevo notizia di questa borsa e di quello che conteneva. Io risposi di no perchè in realtà non venni mai in possesso di questa borsa».[36]
Testimonianze della RSI e tedesche * Alfredo Cucco, famoso oculista, al tempo della RSI sottosegretario alla cultura ed Ermanno Amicucci, al tempo direttore del "Corriere della Sera", ebbero a confermare gli incontri di Mussolini con emissari inglesi, pur non essendo precisi sui luoghi e le date d'incontro, ma attestarono, e questo è molto importante, che (per Cucco solo in un secondo momento, mentre per Amicucci da sempre) tali incontri avevano il consenso di Hitler.
* George Zachariae, medico tedesco (si badi bene, un tedesco inviato in Italia da Morel il medico di Hitler) ricordò che, forse nel dicembre 1944, Mussolini dopo avergli esposto e riassunto la storia della sua personale conoscenza con Churchill, disse anche: «A lei posso dire: (...) anche durante la guerra io ho reso noto diverse volte al governo tedesco che ero sicuro di poter addivenire ad un accordo ragionevole con l'Inghilterra (…) io ero pronto a intraprendere un simile passo, a farmi promotore di un incontro con Churchill. Hitler non vuole, preferisce dare ascolto a quell'incapace di Ribbentrop, il quale si è sempre opposto ad un mio intervento politico nella seconda fase della guerra. E si che non può davvero andar fiero dei suoi successi!».[37]
* Eugenie Dollmann,[38] colonnello delle SS, uno dei più stretti collaboratori del generale delle SS Karl Wolff,[39] impegnato nello spionaggio in Italia, era ben informato circa le carte di Mussolini: «Secondo me Churchill aveva abbastanza ragione di difenderlo (a Mussolini - N.d.R.) e Lui si fidava, questo ho capito. Lui non parlava direttamente, ma diceva: la mia amicizia con Churchill è tanto forte, sappiamo tante cose insieme (...) Ci sono delle lettere firmate "Carissimo amico mio", ecc. ecc.».[40]
* Dino Campini, ex segretario particolare del Ministro dell'Educazione Nazionale della RSI Carlo Alberto Biggini (a cui Mussolini aveva consegnato una copia del carteggio affinché il ministro, esperto in questo genere di ricostruzioni storiche, potesse preparare una memoria storica per l'Italia e che poi ovviamente sparì nel nulla[41]), riferì che una lettera del carteggio poteva interpretarsi come un invito all'Italia a scendere in guerra a lato della Germania prima che iniziassero le trattative di pace per le quali l'Inghilterra avrebbe gradito l'appoggio di Mussolini filo inglese più che filo tedesco. Lo stesso Campini in altra occasione ebbe argutamente ad osservare: «Se i fatti consentono interpretazioni, se è valida la catena delle cause e degli effetti, si deve ammettere che l'Italia cominciò la guerra non per farla, ma soltanto per inserirsi in un gioco politico». [42]
* Filippo Anfuso, già ambasciatore della RSI a Berlino, ma in quel momento sottosegretario agli esteri, riferì un suo ricordo che va a confermare tanti dettagli che conosciamo in merito al triangolo Mussolini, Hitler, Churchill e le speranze dei primi due, soprattutto Mussolini, per addivenire ad un accordo di tregua. Scrisse Anfuso che alla fine di marzo 1945 un amareggiato Mussolini ebbe a dirgli: «Sino a qualche tempo fa credevo possibile una mia mediazione presso Churchill. Adesso quando si parla ad Hitler dell'Inghilterra pare che venga morso dall'aspide».
* Ricorda Nino D'Aroma,[43] al tempo direttore dell'Istituto Luce, che Mussolini a metà febbraio del 1945, gli chiese se fosse possibile eseguire un certo lavoro: «Tra quattro giorni ho più di 200 documenti, riservati, personali, da confidarvi. Bisognerà farli fotografare da gente di sicura discrezione». Sia pure genericamente il Duce ebbe a specificare: «Trattasi di un grosso carteggio con capi di governo e di delicati ed esplosivi documenti che in prossimo avvenire potrebbero essere carte risolutive per il gioco politico internazionale del nostro paese».[44] Di fronte alla constatazione del D'Aroma che, dati i tempi, non era oramai più possibile contare su personale di assoluta fiducia e d'alt |