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La "strategia della tensione"

Marzio di Belmonte

 

Una criminale strategia stragista (parte di una più ampia strategia planetaria per il dominio mondiale), applicata in Italia in una delicata fase di crisi internazionale, dietro una prassi reazionaria e per destabilizzare/stabilizzare il contesto socio politico del paese impedendone ogni defezione dalla sua collocazione atlantica.

Ma, mano a mano che lo stato di crisi si alleggeriva, la stessa strategia stragista cambiava pelle e veniva strumentalizzata per spostare in senso progressista gli assetti politici, sociali, e culturali del paese.

 

 

Questo lavoro è dedicato a tutti quelli che -in buona fede- hanno perso la vita per il loro ideale, ed agli stessi tutori dell'ordine che invece l'hanno persa nell'adempimento del dovere.
È altresì dedicato ai tanti nostri concittadini, ignari e incolpevoli, straziati dalle bombe e dagli attentati vigliacchi, progettati e messi in atto dagli eterni nemici del popolo italiano.

 

Novembre 2007
 

INDICE GENERALE

 

Introduzione

 

Una "strategia" criminale 

La nascita della strategia della tensione

Il convegno all'Istituto Pollio

Temi e partecipanti al convegno Pollio

 

I contenuti e gli scopi dello stragismo

Cariche istituzionali e strutture di sicurezza in Italia

 

A cosa serviva questa "strategia"?

L'Italia negli anni '60: destabilizzare per stabilizzare!

L'ostracismo al PCI

 

Destabilizzare per stabilizzare

 

Il terreno di coltura di questa strategia

Il cosiddetto neofascismo destrista 

Il coinvolgimento della sinistra antagonista

Mario Moretti, le BR e l'Intelligence sionista

 

Ambiguità e difformità del periodo stragista

Un'analisi da sinistra della strategia della tensione

Episodi stragisti di problematica interpretazione 

La germinazione spontanea della violenza

L'attentato di Peteano

Il golpe Borghese

 

L'evoluzione storico politica nei primi anni '70 

Un sottile cambiamento di rotta

Eventi significativi attestanti la volontà di sostenere una controspinta (...) rotta allo stragismo

Il Mondialismo una strategia planetaria 

Complessità delle dinamiche e dei cambiamenti storici

 

I differenti periodi stragisti

 

Una cronologia che parla da sola

Primo periodo stragista (1964 –giugno 1973)

Periodo di alta instabilità nell’area mediterranea e mediorientale, aggressione militare e sviluppo geografico dello stato di Israele. Bombe e pseudi tentativi autoritari
Secondo periodo stragista (I)

Prima fase transitoria (luglio 1973 - 1975) - Alleggerimento della situazione internazionale nell’area mediterranea e mediorientale - “Occidentalizzazione” del PCI

Secondo periodo stragista (II)
Seconda fase transitoria (1976 - 1980) - Ostracismo al "Compromesso storico"

 

Gli anni '80 e '90

Finalmente lo stato si muove contro la Mafia?

La guerra con la Mafia

 

Fine dell'atlantismo antisovietico-anticomunista

La teoria del "doppio Stato" - La favola dei corpi separati

La teoria del "doppio Stato" - La favola della Massoneria deviata

La Massoneria

 

Dalla strategia della tensione alla Seconda repubblica

 

Cronologia della strage di Piazza Fontana

 

Note

 

Introduzione

 

(...) Comunque sia, coloro i quali, a qualsiasi titolo e con qualsiasi ruolo, aderendo alle tesi della c.d. «guerra non ortodossa», di chiara matrice statunitense e assumendo la strage come strumento di lotta politica, si sono posti al servizio di una potenza straniera e hanno partecipato o invitato altri a partecipare alla strategia della tensione, tesa ad una maggiore soggezione del popolo italiano ad interessi stranieri, sono condannabili ai sensi del codice militare di pace. Privi di ogni qualsivoglia idealità politica e di dignità morale, essi si sono rivelati affatto alieni da quelle leggi, che, come notò Pericle, «Senza essere scritte, recano come sanzione universale il disonore».

Marzo 2000 - Il Comitato Direttivo della FNCRSI[1]

 

 

Qualsiasi persona onesta resta esterrefatta e disgustata nel constatare come, per oltre 30 anni, le inchieste e soprattutto i procedimenti giudiziari che avrebbero dovuto far luce e giustizia sui tragici episodi di quel periodo che ha insanguinato il nostro paese con le bombe, il terrorismo e gli attentati di ogni genere e natura, hanno invece, salvo qualche eccezione, quasi sempre ripresentato lo stesso copione: un gran polverone mediatico, seguito a volte da qualche pesante condanna in prima istanza e con le conseguenti strumentalizzazioni politiche, ma infine tra appelli e Cassazione arrivavano puntuali le immancabili assoluzioni, magari per insufficienza di prove, che lasciavano impuniti e sconosciuti misteriosi mandati, esecutori e comprimari.

Ed in aggiunta a tutto questo, la impossibilità di rifare i processi (anche in caso di nuovi elementi nel frattempo emersi), vuoi per il troppo tempo trascorso a causa del quale sono subentrati decessi e prescrizioni o vuoi perchè la legge non consente di processare ulteriormente, per lo stesso reato, chi ha già ottenuto sentenze definitive.

Si considerino quindi gli infiniti trasferimenti delle sedi processuali che spesso hanno causato un (intenzionale?) ostacolo per la ricerca della verità, archiviazioni di casi, stralci di posizioni personali e, soprattutto, le opportune e immancabili imposizioni dei tanti "segreti di Stato", ecc.

Con poche eccezioni, è questo il disgustoso film che abbiamo visto e rivisto, nonostante la costernazione dei parenti delle vittime (spesso costituitisi parte civile e costretti, come nel caso di quello per le bombe di Piazza Fontana, a viaggiare da Milano a Catanzaro per seguire i processi) e le proteste di una sinistra che però, in sostanza, si è accontentata del riconoscimento di una certa verità storica (la strategia della tensione contro le sinistre) e dello sfruttamento propagandistico della stessa.

Dalla lettura della cronologia e degli atti giudiziari delle vicende relative alla strage di Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi, si evince in modo evidente che in tutti i circa 36 anni, tanto sono durate le traversie processuali per le bombe del 12 dicembre '69, non si è riusciti a scovare la verità. E questo sia per la evidente difficoltà, in sede processuale, della dimostrazione della validità delle prove acquisite, ma anche perchè non si è voluto o potuto arrivare a questa verità, cosa del resto problematica essendo la strage una vera e propria "strage di Stato" (come sostennero gli anarchici del Ponte della Ghisolfa già il 17 dicembre 1969 in una loro conferenza stampa), progettata in alte e segrete stanze la cui ubicazione resta ignota.

Ma in una società moderna lo «Stato» è un qualcosa di più complesso e articolato di quello che viene schematizzato dagli anarchici.

Non è importate, comunque, per definirla strage di Stato, che ne siano stati necessariamente autori le classi politiche di governo dell'epoca, anzi non è credibile che i più alti rappresentanti delle Istituzioni, i ministri del Consiglio, degli Interni, della Difesa, ecc., si siano messi a progettare e far eseguire, per anni, stragi di quella portata.

Certo, in teoria tutto è possibile e del resto non di rado, per esempio, si sono accertate le collusioni tra il potere politico e quello criminale e mafioso e non venne forse definito Andreotti, da quel Mino Pecorelli che lo chiamava il Divo Giulio, uno dei grandi criminali della storia? [2]

Ma resta il fatto che il periodo stragista è di portata troppo ampia, sconfina apertamente nel vero e proprio terrorismo sanguinario, trascende quelli che sono gli aspetti e gli interessi di natura squisitamente politica e di pertinenza nazionale.

Senza contare poi il fatto che erano proprio loro, i rappresentanti della classe di governo, i destinatari del ricatto e delle pressioni destabilizzanti che si stavano mettendo in atto con le stragi. A loro era diretto il messaggio trasversale; contro di loro era stato creato il clima destabilizzante teso ad impedire sorprese o scollamenti nella rigida collocazione atlantica dell'Italia.

Questa paradossale situazione ce la fa capire il generale Gianadelio Maletti quando, da Johannesburg, rilasciò una intervista pubblicata da "la Repubblica" il 4 agosto del 2000. In quell'intervista, titolata "La CIA dietro quelle bombe", dopo aver affermato che i politici sapevano cosa stava succedendo nel paese, alla domanda postagli: «un silenzio che conveniva»? Rispose: «Da parte dei politici? No, sarebbe criminale. La vera responsabilità politica nella strategia della tensione è che nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo politico ha parlato e agito in termini politici».

E queste classi di governo è pur vero che hanno le loro responsabilità (oltretutto la responsabilità complessiva di quanto accade è sempre di chi comanda) anzi, come abbiamo appena sentito, costoro molte cose sapevano e le hanno taciute, spesso hanno anche speculato sul clima stragista per i soliti giochi di potere, i ricatti di palazzo, ma le bombe in mezzo alla gente, gli attentati sono stati progettati ed organizzati da ben altre lobby e non è un caso che i cosiddetti mandanti siano rimasti sconosciuti.

Aldo Moro, per anni ministro degli esteri e del consiglio, dal carcere delle BR era ben cosciente da dove arrivasse il vento stragista ed aveva avuto anche varie informazioni in merito, non era però certo stato Moro ad aver fatto mettere le bombe.

Il fatto è che lo Stato italiano era pur sempre parte di un contesto internazionale dove agivano consorterie, interessi e strategie militari che lo trascendevano.

Consorterie che quando presero la decisione di destabilizzare la situazione politica e sociale del paese, lo fecero utilizzando, a vari titoli, anche quegli uomini, quelle strutture, quegli apparati della nazione che sapevano di poter strumentalizzare.

E tali strutture, apparati e uomini, che la magistratura al di la dei depistaggi e degli insabbiamenti, non è riuscita a definire esattamente nelle loro responsabilità (visto che, salvo eccezioni, più che altro suggerivano, ispiravano, consigliavano, aiutavano a compiere certe azioni, ma il più di sovente erano poi altri che le mettevano in pratica), facevano pur sempre parte dello Stato, agivano per conto dello Stato e non si possono, semplicemente, definire «deviati».

Ed allora il concetto di strage di Stato va applicato in senso globale, a prescindere dalle singole responsabilità, perchè è lo Stato italiano che ne risponde rispetto alla storia, è la sua collocazione subordinata nell'atlantismo, che lo rende colpevole di quanto è accaduto, che rende possibile il dispiegarsi dello stragismo.

A marzo del 1966 il presidente francese De Gaulle, nel preannunciare il ritiro della Francia dal sistema militare della NATO, denunciò la presenza di protocolli segreti che limitavano la sovranità della nazione. Lo Stato italiano invece, questi protocolli segreti, non li ha mai denunciati e quindi ne ha subito tutte le conseguenze e ne prende tutte le responsabilità!

Probabilmente, se andiamo a ben guardare nel corso del tempo, il progetto stragista ha funzionato come il modello delle scatole cinesi:

* dalle strutture politiche e strategiche d'oltreoceano, partiva l'input circa la necessità di attuare determinate iniziative, anche attraverso attentati atti a risolvere una delicata contingenza internazionale;

* quindi consorterie, all'uopo preposte, si muovevano immediatamente per attivare nel paese gli uomini giusti di quelle strutture di intelligence, i personaggi politici sotto controllo, i giornali, i gruppi estremisti, gli ambienti adatti che dovevano creare le condizioni, il clima propizio alla strategia stragista;

* ed ecco che, di conseguenza, in determinati ambienti, cominciano a circolare voci del tipo: «per fermare il comunismo ci vorrebbe questo e quello», oppure «è venuto il momento per muoversi, per forzare gli eventi e arrivare ad un clima rivoluzionario», e frasi simili; ed ecco che certe disposizioni, che fino al giorno prima erano, diciamo, elastiche, diventano improvvisamente restrittive, repressive o viceversa permissive; ecco che prendono a gironzolare strani personaggi, e così via.

Si crea in pratica il clima adatto, le condizioni giuste per preparare il terreno ad incidenti, esasperazioni, insomma per una strategia stragista.

Il resto, il sangue, veniva da sé e spesso molti anelli intermedi di questa catena criminale, molte persone chiamate a prendere determinate iniziative, neppure si rendevano bene conto che gli era stata fatta recitare un certa parte nell'impresa.

Certo, non sempre è andata così, molti manutengoli si rendevano bene conto di quanto stavano facendo e spesso c'è stato anche bisogno del sicario diretto, del vigliacco senza nome, spedito da un mandante senza volto, venuto da chissà dove e che, sotto copertura, deponeva la bomba assassina.

Ma se non si da un volto al sicario, si può solo ipotizzare questo mandante, congetturando sul solito «a chi giova».

È quindi evidente che in questo groviglio di situazioni, aggravato dai depistaggi, dalle false piste e dagli opportuni insabbiamenti, non ci sono, doppi Stati, apparati deviati, uomini infedeli che vanno per conto loro: ci sono solo e semplicemente «gli apparati dello Stato» e le persone, dirigenti o meno, preposte a questi apparati che svolgono il loro mestiere, che agiscono e si muovono perché, in quel momento ed in conseguenza della nostra subordinazione atlantica, è così che si deve agire e ci si deve muovere!

Se, per fare un esempio, un dirigente qualsiasi del SID, o dell'Ufficio Affari Riservati, nel corso del suo operato incorre in atti che esulano dai suoi doveri e magari sono anche palesemente illegali, producono dei depistaggi o delle zone d'ombra, è chiaro che quel dirigente non lo ha fatto di sua iniziativa, per proprio convincimento ideologico, ma lo ha fatto perchè ha avuto ordini in proposito e si è mosso in quella maniera perchè era quella la maniera in cui bisognava muoversi.

E allora bisognava risalire a quegli ordini, a quelle disposizioni, definirle esattamente, ma non crediamo che tutto questo sia stato fatto, né sarebbe stato possibile farlo senza togliere in toto (cioè anche nelle richieste pratiche delle documentazioni alle quali si risponde attuando i più incredibili ostruzionismi), i segreti di Stato.

E ancora una volta possiamo dire che questa situazione è scaturita chiaramente dalla nostra collocazione internazionale e dalla nostra subordinazione alle strutture atlantiche ed agli interessi militari e strategici dell'atlantismo.

Ed allora si deve parlare, riconducendo il discorso ad un quadro generale, di strage di Stato, perché bisogna risalire alle logiche di comando, e poi ancora più in alto, fino ad arrivare in ambito NATO e statunitense, perchè è lì che l'«a chi giova?», ci conduce, è lì che ha origine tutta la faccenda, è lì che per i trattati, in parte segreti, imposti al nostro paese con la fine della seconda guerra mondiale e successivi, le nostre strutture militari sono state, di fatto, subordinate agli alti comandi NATO e questo inquadramento, questa dipendenza sarebbe perdurata fintanto che l'Italia fosse rimasta nella sua collocazione atlantica.

Non è tanto il singolo dirigente infedele alle Istituzioni democratiche che occorre individuare e punire, ma bisogna risalire a monte e denunciare il nostro vassallaggio verso i padroni del mondo.

Chi lo avrebbe fatto? La sinistra, interna a questo sistema? Il D'Alema che porta il nostro paese nelle guerra degli USA, né più e né meno come hanno fatto i Berlusconi, i Fini cioè gli entusiasti adulatori, per tradizione storica e interessi di bottega, degli americani? ma andiamo!

Anni addietro il giudice Guido Salvini, nel corso di una intervista video, in seguito rivista prima di pubblicarla dallo stesso giudice il 27 novembre 2000, ebbe ad affermare queste parole sacrosante: «Nelle ultime indagini si è messo a fuoco il ruolo delle basi americane in Veneto della NATO, che sono coinvolte nei fatti più importanti della strategia della tensione, in particolare addirittura che elementi di "Ordine Nuovo" entravano e uscivano dalle basi, svolgendo con una doppia veste attività di informazione, mentre si stavano preparando gli attentati. Recentemente l'ordinovista Carlo Digilio ha parlato di rapporti diretti fra suo padre, anch'egli agente americano e il capo dell'OSS in Italia, James Angleton. Notizie di questo tipo, cioè che gli agenti americani e ordinovisti agissero in sintonia, dodici o quindici anni fa, avrebbero provocato un terremoto. Interpellanze parlamentari, richieste di chiarimento al governo alleato degli Stati Uniti, campagne di stampa. Invece non è accaduto nulla a mio avviso per un motivo molto semplice. Quando le forze di opposizione, nel 1996 e cioè nel momento del primo sviluppo di queste indagini si sono legittimate al governo, probabilmente non intendevano disturbare, creare problemi, rimestare avvenimenti considerati vecchi e ormai superati, davanti al principale alleato dell'Italia rispetto al quale bisognava mostrarsi comunque come una forza di governo "responsabile". Così è accaduto che su queste novità che riguardano in particolare il ruolo della NATO nella strategia della tensione è caduto un assoluto silenzio e se noi pensiamo a quello che sarebbe avvenuto invece in passato, è veramente sconcertante il fatto che nessuno abbia fatto nemmeno la più limitata protesta davanti a queste emergenze veramente impressionanti».[3]

E si aggiunga anche, come vedremo, il fatto che questa maledetta strategia della tensione, nel tempo in cui si è dispiegata, non ha avuto sempre gli stessi obiettivi, le stesse finalità; anzi oltre agli attentati che per vari motivi si sono sovrapposti o si sono aggiunti a latere a quelli espressamente derivanti da certi ordini, anche altre tendenze politiche, altre strategie portate sempre e comunque dai "venti dell'occidente", reazionari o progressisti che siano, hanno giocato un loro ruolo e non indifferente, rendendo inestricabile la matassa.

Tanti settori, che oggi si vantano di essere stati vittime di quella strategia reazionaria, invece ne furono successivamente beneficiati perchè, come vedremo, ad un dato momento "qualcuno" aveva deciso che il clima politico, la tendenza in atto doveva cambiare e cambiare drasticamente.

Ne consegue, quindi, che gli ambienti e i personaggi coinvolti nella strategia della tensione, sono giocoforza molteplici, ognuno operante in un ambito diverso, in un periodo diverso o anche nello stesso periodo, ma agitati per finalità eterogenee, sfuggevoli, spesso non perfettamente consapevoli di tutto il contesto, e così via.

Da oltre 40 anni, ci ritroviamo in presenza di un labirinto estremamente complesso dove, in sede processuale, non era certo facile orientarsi ed i cui possibili sbocchi non potevano essere rivelati soltanto con i processi giudiziari.

Scrive il giornalista Sandro Provvisionato, nel suo articolo "I buchi neri delle stragi": «Non c'è alcuna certezza processuale per le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, del treno Italicus. Parziali e limitate ai soli esecutori le sentenze definitive per la strage alla questura di Milano e per quella alla stazione di Bologna dove i due condannati in modo definitivo, sono Valerio Fioravanti e Francesca Mambro ex appartenenti dei NAR, continuano a professarsi innocenti ad oltre 20 anni dalla strage. I casi definitivamente chiusi, quindi, si limitano alla strage di Peteano (...) e alla strage sul treno rapido 904, archiviato -ma anche qui i dubbi sono molti- come massacro mafioso. Gli stessi dubbi che ancora accompagnano (almeno per quanto riguardano i mandanti) le stragi della primavera-estate '93 a Roma, Firenze e Milano (...) Perché tanta difficoltà a tradurre in condanne agli imputati ciò che ormai appare come storicamente accertato? La risposta è semplice: perché nelle aule dei tribunali, diversamente che sui libri di storia, occorrono prove certe». (S. Provvisionato: "Buchi neri nelle stragi", in "Critica sociale", nel sito "Avvenimenti Italiani").[4]

Ma, Provvisionato, già giornalista ex Radio Città Futura poi approdato al Tg5, ci consenta di dissentire in parte, perchè non è solo la mancanza di prove certe che ha impedito l'emissione delle condanne definitive: è anche la mancanza di una volontà politica di andare contro il sistema, contro lo Stato democratico, contro la dipendenza dagli USA.

E questo perchè quelle stragi erano «stragi di Stato» che non si possono liquidare con la storiella del doppio Stato, dei corpi separati o quella di accusare una parte della CIA oltranzista e reazionaria (presupponendo che, magari, esista anche una CIA democratica!).

Ed è andata a finire, infatti, che la beffa più atroce, alla fine, l'hanno ricevuta i parenti delle vittime, condannati persino a pagare le spese processuali!

Associazioni dei familiari delle vittime che si sono troppo fidate di partiti, personaggi o ambienti progressisti i quali non volevano o non potevano arrivare alla verità, ma si accontentavano di qualche mostro da sbattere in prima pagina, dei soliti nomi da agitare a fini politici.

Nomi, per carità, senz'altro invischiati o comunque venuti in quegli anni alla ribalta delle cronache visto che si tratta di personaggi che sono stati arrestati, processati, poi assolti o in qualche modo condannati o comunque semplicemente inquisiti, chi per un verso chi per un altro, come i Gelli, gli Andreotti, i Sindona, i soliti Maletti, Miceli, D'Amato; nonchè i Borghese, Rauti, Delle Chiaie, Freda, Ventura, Giannettini, Zorzi, ecc.

Ma non era attraverso l'agitazione propagandistica di questi nomi che si poteva arrivare ai veri "centri di potere" che hanno ordito e fatto spargere il sangue nel nostro paese.

Non era con la ricerca di un colpevole, qualunque fosse, possibilmente estrapolato dagli ambienti reazionari e piduisti, che si poteva risolvere l'intricato percorso delle stragi, risalire ai mandati ed agli esecutori!

Così si potevano, al massimo individuare le collusioni politiche, gli anelli intermedi del disegno stragista o qualche esecutore di secondaria importanza, sollevando per di più un polverone, un inflazione di pseudo prove facilmente smontabili in sede giudiziaria, risolvendo soltanto i problemi politici di certa sinistra, non quelli della giustizia! Anzi non si arrivava da nessuna parte.

Vediamo cosa scrive Gianni Cipriani, giornalista e saggista, considerato uno dei massimi esperti di terrorismo e servizi segreti, consulente della Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi nella XIII legislatura: «Da quando mi occupo di terrorismo e servizi segreti, mi è stato proposto di pubblicare i documenti segreti della Marina sulla strage di Ustica; le carte riservate sulle "Gladio", civili, militari, miste, femminili che avrebbero agito al servizio delle più svariate centrali occulte; l'ordine di acquisto dell'esplosivo utilizzato per compiere la strage di Bologna; l'ordine scritto su come organizzare il depistaggio per quell'attentato; i documenti riservati su traffici di armi e materiali nucleari nei quali erano invischiati sempre "alte personalità" o grandi potenze. (...) in ogni caso -sempre, quindi- questi documenti, memoriali, rivelazioni a gettone si sono rivelate patacche. Alcune rozze, altre un po' più raffinate. Ma sempre e comunque false. Detto in altri termini, la mia personale statistica mi ha portato a diffidare dei divulgatori di verità sensazionali, soprattutto quando agiscono come venditori porta a porta, alla caccia forsennata del primo acquirente. E questo perché non solo –generalmente- chi è mosso dalla sete di verità e giustizia in primo luogo si rivolge alla magistratura piuttosto che bussare cassa, ma perché i bocconi troppo "ghiotti" sono il più delle volte esche, dal momento che la realtà è spesso più articolata e mal si presta a letture tutte bianche o tutte nere, tagliate con l'accetta. Nella recente e drammatica storia del nostro paese ci sono state troppe verità "di sinistra" (apparentemente) che in realtà nascondevano operazioni di tutt'altro colore; molte denunce dei segreti o depistaggi di Stato che in realtà servivano a depistare e a creare un diversivo rispetto ad altri e più seri problemi. (...) chi solleva dubbi ragionevoli si vedrà -come si è visto- accomunare alle fantasie dei venditori di dossier. Una manna per chi, davvero, non vuole che sui "misteri" si vada fino in fondo. Ecco perché è sempre meglio non lasciarsi incantare dalle sirene che ci allettano con parole d'ordine troppo scontate, che rappresentano solamente un pretesto per attirarci e portarci su una strada fasulla. C'è chi protegge i segreti di Stato denunciando il segreto di Stato».[5]

Non c'è dubbio che occorrevano allora mobilitazioni permanenti contro lo Stato, richieste veementi, nel parlamento e nelle piazze (che quando la sinistra, per altri motivi, ha voluto, ha anche fatto!) di rimuovere veramente il segreto di Stato, chiamate in causa di personaggi intoccabili, chiedere soprattutto la revisione della nostra subordinazione atlantica responsabile di tutte queste storie e tanto altro ancora: tutte cose che non ci sono state e forse non ci potevano essere.

Ed è finita, come era prevedibile che finisse.

Quelle stragi, invece, avrebbero meritato che lo Stato, individuati i colpevoli, i mandanti e gli esecutori, procedesse a metterli al muro, fucilandoli alla schiena come si conviene ai traditori del proprio paese!

La legge italiana però non consente le condanne a morte, essa prevede l'ergastolo: ebbene, dove sono gli ergastolani che stanno scontando le loro colpe?

Tranne casi minori, episodi di contorno e con pene non certo pesanti, non ci sono!

Non ci sono gli esecutori, non ci sono i mandanti, niente, come se quelle stragi non ci fossero state.

Uno spettacolo penoso, una mancanza di rispetto per il nostro paese e per il dolore dei parenti e dei superstiti spesso rimasti invalidati nel corpo e nella mente, una chiara volontà di non arrivare al fondo dei misteri stragisti, una manifestazione evidente che, pur cambiando i governi, gli uomini di potere, le situazioni internazionali e gli assetti istituzionali c'è un "qualcosa" che impedisce, sempre e comunque, di arrivare alla verità.

In queste pagine cercheremo di riassumere e sintetizzare i vari aspetti e possibilmente evidenziare i retroscena nascosti di questo ignobile periodo storico dove gli atti di terrorismo risultano una evidente e diretta emanazione di una determinata strategia, come detto definita "strategia della tensione" finalizzata (è stato da sempre evidente), a conseguire obiettivi funzionali agli interessi degli USA e della NATO.

Ma sopratutto cercheremo di capire cosa nascondeva questa strategia, quali fossero i suoi fini ed i suoi obiettivi, sia transitori ovvero legati a momenti contingenti, che in una prospettiva futura e di come essa fosse inquadrata all'interno di un più ampio scenario di strategie mondiali, da tempo poste in atto da determinate consorterie occulte. E in questo senso ne scopriremo delle belle!

Per farlo non è necessario essere dei politologi, degli storiografi o dei magistrati, ma è sufficiente leggere, con attenzione e tra le righe, le migliaia di pagine emerse dalle inchieste giudiziarie e dalle Commissioni parlamentari sulle stragi, dagli interrogatori dei pentiti e degli inquisiti, seguendo attentamente le cronache di quegli anni infausti e mettendole in relazione con le vicende internazionali dalle quali dipendono.

È quello che faremo senza scivolare nella facile dietrologia e prendendo quindi in considerazione unicamente testimonianze, fatti ed episodi sufficientemente acclarati per metterli in relazione tra loro e considerarli alla luce di quanto poi si è storicamente -e non per caso verificato.

È, infatti, già tutto scritto in quegli atti e nelle cronache del tempo, ai quali rimandiamo visto che sono facilmente reperibili anche in Internet (e quindi non entreremo nei vari dettagli di specifici episodi) anche se, valanghe di menzogne, condizionamenti politici, segreti di Stato, interessi internazionali e intralci giudiziari, non hanno consentito, in base ai codici vigenti e a seguito delle dilazioni di tempo a bella posta intercorse nei processi, di appurare tutta la verità e di tradurre in sacrosante condanne, quanto è pur storicamente e criminosamente emerso.

È necessario però tenersi lontano da ogni forma di speculazione politica che tende a leggere quegli avvenimenti forzandone una propria e utilitaristica interpretazione.

Non avendo intenti o interessi politici (anzi chissà, nella società moderna, forse la Politica con la maiuscola, non esiste più) è quello che cercheremo di fare.

 

 

Una "strategia" criminale

 

Premettiamo subito e lo spiegheremo in corso d'opera, che quella che passa sotto il nome di strategia della tensione è un "qualcosa" di molto più complesso di quanto può sembrare a prima vista, essendo invero un aspetto di una ben più vasta strategia planetaria, anche se si inserisce in un processo storico di lunga durata (almeno dal 1964 al 1980) e trascende molte situazioni locali e contingenti.

Ci troveremo pertanto in presenza di una mostruosità ambivalente perchè, ad un determinato momento di quel lungo e triste periodo stragista, venne ad alleggerirsi o forse è meglio dire a mutare, una certa crisi internazionale, crisi che fino ad allora aveva causato la necessità di certi atteggiamenti stragisti, ed in conseguenza di questi cambiamenti, anche le strategie cambiano, sebbene lo stragismo continua a perdurare, sia perchè ora deve essere strumentalizzo e utilizzato per altri scopi e sia perchè non si possono ribaltare, di punto in bianco, certe situazioni senza determinare violente reazioni.

Dovremmo decifrare quindi un ingarbugliato contesto storico in cui hanno agito due finalità apparentemente contraddittorie ed opposte, una nell'immediato e l'altra in prospettiva futura:

una contingente di stampo per così dire autoritario e reazionario, l'altra tesa a sfruttare i contraccolpi dello stragismo (che tra l'altro prenderà anche ad assumere forme ambigue) e finalizzata ad una prospettiva diciamo progressista.

Situazioni queste che, oltretutto, si accavallano e si sovrappongono tra loro determinando in aggiunta resistenze, ricatti, scandali, passaggi di consegne, lotte intestine a tutto campo e così via. Ma tutto questo lo vedremo meglio in seguito.

Andiamo per ordine.

 

La nascita della strategia della tensione

L'importante Dossier "Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974" della Commissione parlamentare d'inchiesta DS presieduta dal sen. Giovanni Pellegrino, si apre con queste parole:

«È difficile individuare una data precisa alla quale far risalire l'origine della c.d. strategia della tensione. Sicuramente, questa data è molto più lontana di quanto non lo siano gli avvenimenti oggetto di questa relazione, la vera e propria strategia della tensione, con le stragi e gli omicidi quale elemento portante, e le congiure e i depistaggi anche ad opera da apparati dello Stato, come corollario. Si vedrà, più oltre, che per certi versi il rapporto può essere rovesciato, essendo la parte operativa solo l'estrinsecazione di un ben più raffinato disegno. Di certo, è necessario tornare indietro di molti anni, di decenni, quando con la fine della seconda guerra mondiale inizia lo scontro tra i due blocchi. L'Italia è per buona parte di questo periodo in prima fila come territorio di confine, un vero e proprio "laboratorio" nel quale sperimentare le diverse strategie che Stati Uniti e, diversamente, Unione Sovietica applicheranno poi su scala planetaria. Un laboratorio nel quale sono cresciuti elementi che vedremo poi "lavorare" in diversi paesi, con i medesimi mezzi e, soprattutto, con i medesimi fini. Ed è difficile non vedere una regia unica -per quanto articolata- negli episodi che in Occidente, dall'Europa al Sud America, hanno segnato questi 50 anni di dopoguerra».

In Italia, infatti, una certa strategia della tensione o forse è meglio ancora definirlo uno stato permanente di tensione, di fatto, c'è sempre stato a partire da quando gli anglo-americani, occupato il nostro paese, ci imposero con la fine della guerra il loro volere. Con la sconfitta militare, in pratica, l'Italia era divenuta una preda bellica, dove imporre il liberismo di mercato, l'asservimento al sistema finanziario occidentale, l'assoggettamento militare nella collocazione atlantica, e così via, ovvero tutta una serie di situazioni confacenti agli esclusivi interessi USA le quali, in conseguenza della divisione dell'Europa in due blocchi crearono, una artificiosa spaccatura nella società tra filo occidentali e filo comunisti e tutta una serie di problemi di ordine strategico rispetto ai nostri confini del nord-est ed alla situazione nel mediterraneo.

 

Il convegno all'Istituto Pollio

Tuttavia si tende genericamente ad indicare, la nascita di questa strategia stragista con la data di un certo convegno organizzato dall'Istituto Pollio (patrocinato dallo Stato Maggiore dell'esercito) all'hotel Parco dei Principi di Roma dal 3 al 5 maggio 1965, dove si discusse su alcune tesi relative alla guerra rivoluzionaria e si sottolineavano i pericoli rappresentati dal comunismo in Italia.

In quell'occasione, però, si fecero più che altro chiacchiere da salotto (e tali rimasero anche in seguito), senza neppure uno straccio di contraddittorio, circa questi presunti pericoli di un comunismo italiano paventato come teso a perseguire perfide tattiche per arrivare al potere (in pratica un "cavallo di troia" che si insinuerebbe nello Stato) e si biascicò qualcosa sulle modalità della "guerra rivoluzionaria" rimasticando articoli già apparsi su riviste delle FF.AA. e mutuati dall'esperienza cubana, algerina e vietnamita.

Quello che vale la pena chiedersi è: a quali fini venne indetto un convegno del genere che mise pubblicamente allo stesso tavolo ambienti delle forze armate insieme a svariati personaggi eterogenei della politica, dell'economia e del giornalismo in prevalenza di destra (tra cui si contava la presenza di elementi collusi con i servizi segreti)?

Evidentemente una ragione c'era: qualcuno, con questa chiamata a raccolta, voleva creare un clima propizio a propagandare delle idee e degli atteggiamenti (in ambienti adatti e propensi a recepirle), favorevoli ad una reazione al pericolo rosso, magari anche con l'utilizzo di tattiche della cosiddetta guerra non ortodossa.

Di fatto si era apparecchiato un salotto, composto oltre che da ambienti militari, da politicanti, da benpensanti e da qualche agitatore, tutti accorati ad evitare un fantomatico pericolo rosso ed eventualmente sensibili magari ad una futura creazione di comitati di difesa nazionale, nuclei per la difesa dello Stato, e cose simili.

A nostro parere, se effettivamente si fosse dovuto fare fronte ad una rivolta comunista nel paese (ipotesi peraltro che non stava né in cielo e né in terra stante l'inesistenza di un partito comunista rivoluzionario), sarebbe stato un bel problema!

Gli atti infami e cruenti, che erano in mente a chi teneva le file della strategia stragista e che di li a poco si sarebbero scatenati nel paese, non erano però certo uno scherzo!

Ma porre in relazione quel convegno come l'effettivo momento in cui si decise di innescare lo stragismo non è del tutto esatto.

Quella data del convegno Pollio, inoltre, è tanto più approssimativa perchè l'introduzione delle teorie per una opposizione violenta e a tutto campo ad eventuali cambiamenti degli assetti economici e politici imposti con la seconda guerra mondiale dagli Alleati in Europa, può farsi risalire al 1963 quando, in ambito NATO, circolarono le direttive del generale Westmoreland inerenti una opposizione con ogni mezzo al comunismo.

Già dall'imminenza della fine della guerra in Italia, infatti, risaliva l'allestimento di varie strutture paramilitari e segrete, l'aggancio e l'utilizzazione coperta di elementi militari e civili da utilizzare come truppa di complemento funzionale agli interessi americani,[6] fino ad arrivare a Gladio una struttura preposta alla guerriglia e alla contro guerriglia e altre subdole attività sotto copertura. [7]

Interventi non ortodossi, in ogni caso e anche se occasionali, si erano già visti, come per esempio la strage di Portella della Ginestra del 1947 o l'omicidio di Enrico Mattei del 1962, episodi diversi, ma tutti in qualche modo riconducibili agli interessi occidentali.

Nel 1964 poi si era verificato un episodio, abbastanza oscuro, il cosiddetto tentativo di golpe del generale De Lorenzo ("piano Solo") che per i suoi connotati effimeri, tali da configurarlo come una minaccia ed un avvertimento, più che un vero e proprio tentativo golpista, aveva tutte le caratteristiche tipiche della strategia della tensione.

Ma diciamo approssimativamente, anche perchè questa strategia così cruenta e provocatoria è, come abbiamo accennato e come vedremo tra poco, ancor più complessa e variegata di quanto la storiografia corrente voglia far credere.

 

Ecco di seguito riportati, nome e titolo dell'intervento di alcuni partecipanti a quel convegno, il tema dei quali è tutto un programma; musica per orecchie di industriali, monsignori, contesse, bottegai, destristi rimbecilliti, tipologie pseudo autoritarie di poliziotti e militari anni '60, assertori dell'americanismo, infatuati cultori del mondo libero, ecc.

Se alcuni degli intervenuti a quel convegno erano considerati, e ancora oggi come tali vengono definiti, dei "neofascisti" si immagini a quale livello di stravolgimento, morale ed ideologico, degli ideali e dei postulati del Fascismo repubblicano si era giunti!

 

Temi e partecipanti al Convegno "Pollio"

Gli atti di quel Primo Convegno organizzato dall'Istituto Pollio vennero anche pubblicati a cura delle Edizioni Giovanni Volpe editore ("La guerra rivoluzionaria").

 

* Enrico de Boccard: Lineamenti ed interpretazione storica della guerra rivoluzionaria

* Edgardo Beltrametti: La guerra rivoluzionaria: filosofia, linguaggio e procedimenti

* Vittorio De Biasi: Necessità di un'azione concreta contro la penetrazione comunista

* Pino Rauti: La tattica della penetrazione comunista in Italia

* Renato Mieli: L'insidia psicologica della guerra rivoluzionaria in Italia

* Marino Bon Valsassina: L'aggressione comunista all'economia italiana

* Carlo De Risio: Lenin, primo dottrinario della guerra rivoluzionaria

* Giorgio Pisanò: Guerra rivoluzionaria in Italia I943-I945

* Giano Accame: La. controrivoluzione degli ufficiali greci

* Gino Ragno: I giovani patrioti europei

* Alfredo Cattabiani (della Rusconi): Un'esperienza controrivoluzionaria dei cattolici francesi

* Guido Giannettini: La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria

* Giorgio Torchia: Dalla guerra d'Indocina alla guerra del Vietnam

* Giuseppe Dall'Ongaro: Tre esperienze: la lezione di Berlino, Congo, Vietnam

* Vanni Angeli: L'azione comunista nel campo dell'informazione

* Fausto Gianfranceschi: L'arma della cultura nella guerra rivoluzionaria

* Ivan Matteo Lombardo: Guerra comunista permanente contro l'occidente

* Vittorio De Biasi: La guerra politica, struménto dell'espansionismo sovietico. (...) dell'infiltrazione

* Dorello Ferrari: Aspetti della guerra rivoluzionaria in Europa

* Osvaldo Roncolini (generale): L'aggressione comunista vista da un combattente

* Pio Filippani Ronconi: Ipotesi per una controrivoluzione

* Adriano Magi-Braschi: Spoliticizzare la guerra

 

Con altri partecipanti, qui non riportati, vennero dati altresì presenti:

Paolo Balbo, segretario del convegno; il generale dei paracadutisti in congedo Alceste Nulli Augusti; Gianfranco Finaldi; il consigliere di Corte di appello di Milano Salvatore Alagna; Carlo Maria Maggi; Paolo Molin; Giampiero Carlet; tra gli studenti invitati Mario Merlino.

 

 

I contenuti e gli scopi dello stragismo

 

In sostanza, quella che va sotto il generico nome di «strategia della tensione» è l'espletamento di una serie di iniziative politiche, terroristiche e paramilitari, elaborate in ambito NATO o comunque statunitense, che si articolano, grosso modo in alcuni principi fondamentali che qui riassumiamo in cinque punti:

1. Attivazione delle strutture segrete, più o meno istituzionalmente presenti nel paese e su cui si ha un certo controllo, affinché facciano progettare ed organizzare o semplicemente agevolino, l'esecuzione di attentati, oppure imbastiscano trame di natura golpista atte ad essere usate come arma di pressione e di ricatto intimidatorio verso la classe di governo ovvero di destabilizzazione / stabilizzazione politica.

2.  Organizzare e ricercare la collaborazione e/o l'inquadramento in strutture coperte di elementi che si rendessero disponibili delle FF.AA, dei Carabinieri e di altri Corpi Speciali, nonchè di civili, in genere tra persone che gravitino nell'ambito delle organizzazioni di destra o di sentimenti nazionali ed anticomunisti strumentalizzando, al contempo, i giornali e le organizzazioni di estrema destra i cui dirigenti, ideologicamente predisposti, sono opportunamente agganciati, foraggiati e coinvolti in questi progetti.[8]

3. Attraverso le infiltrazioni, le provocazioni, il controllo delle agenzie di stampa e l'utilizzo di quelle autorità che per collusione o per predisposizione ideologica si rendessero disponibili,[9] addossare la responsabilità di questi attentati agli anarchici e alle frange violente della sinistra, coinvolgendo indirettamente tutta l'area dei partiti marxisti. Al contempo utilizzare l'infiltrazione e la provocazione anche ai fini di una strumentalizzazione di analoghi atti compiuti dall'area della sinistra antagonista, dove spesso non ci si rende conto di aver svolto un "gioco" che è tornato a vantaggio proprio del sistema che si intendeva colpire.

4. Agevolare quindi la crescita o la creazione di idee, gruppi e ambienti che contestino da sinistra il partito comunista e i sindacati.

5. Insabbiamento, copertura e depistaggio di prove al fine di non bruciare agenti, esecutori e informatori o far emergere responsabilità inconfessabili nella organizzazione ed esecuzione di queste azioni criminali.

Questa strategia, con le sue conseguenti tattiche applicative, non è stata ovviamente sempre la stessa in ogni tempo e per ogni area geografica in cui trovava applicazione.

In paesi strutturalmente e culturalmente meno complessi ed evoluti dell'Italia, per esempio, la Grecia della metà degli anni '60, il Cile dei primi anni '70 e altri stati latino americani riserva di caccia statunitense, ecc., o quando strettamente necessario, le bombe e/o le trame golpiste, vennero anche progettate con il fine effettivo di realizzare un colpo di Stato autoritario quale ultima ratio per la risoluzione dei problemi che investivano gli interessi occidentali.

In Italia, invece, non c'è mai stato bisogno di procedere ad un reale colpo di Stato, sostituendo quest'arma estrema con una messa in scena che ne evocasse il fantasma e agisse da deterrente e da ricatto. Erano più che sufficienti il sangue, profuso a piene mani con le bombe e la criminalità politica!

Anche l'esponente di Democrazia Proletaria, Luigi Cipriani ebbe ad affermare in un suo intervento in Commissione sulle stragi:[10]

«Non concordo con la storiografia ufficiale, non ho mai creduto che in Italia ci fosse una strategia golpista. In quegli anni definimmo quella strage (Piazza Fontana, dicembre 1969 - N.d.R.), "Strage di Stato" perché non era pensabile che qualcuno avesse in mente un golpe alla sudamericana usando quello strumento. Erano in atto grandi lotte operaie ...»

Certamente all'interno delle forze che progettavano interventi mirati alla destabilizzazione del sistema politico, c'erano anche tendenze verso una instaurazione autoritaria in Italia, ma queste forze non sono mai state prevalenti e neppure c'è mai stato bisogno di una transitoria proclamazione dello stato di emergenza (spesso promesso a qualche destrista imbecille) perchè, evidentemente, chi di dovere (cioè una pavida classe politica, sia di governo che di opposizione) capiva subito il messaggio degli attentati e si metteva in riga!

Sottotraccia a questo ignobile traffico, infine, vi troviamo, more solito, oltre agli immancabili Servizi, le solite Logge massoniche, da sempre preposte a tessere, da dietro le quinte, trame e affari di ogni genere. Trame ed interessi che si dispiegano ed investono sia l'ambito nazionale e locale, ma si connettono anche a specifiche strategie emanate dalle centrali massoniche internazionali.

Avendo parlato di "Gladio", vogliamo chiudere questo capitolo con un pensiero rivolto a quei cosiddetti gladiatori, quegli individui cioè che, pur non essendone obbligati, accettarono di far parte di questa o altre simili strutture coperte.

Ci riferiamo ovviamente a coloro che lo fecero per una propria convinzione ideologica (l'anticomunismo) o per un seppur deviato senso di nazionalismo, non certo a coloro che ci trovarono anche o soltanto un interesse personale; questi ultimi infatti già si squalificano da soli.

Ebbene i cosiddetti gladiatori sappiano che, di fatto, hanno operato nell'esclusivo interesse statunitense e della NATO, il quale interesse non poteva assolutamente coincidere con i veri interessi della nostra nazione, nonostante la sua collocazione internazionale.

In tema di diritto costoro possono anche credere di essere a posto con la coscienza, visti i trattati in essere e la presenza di uno Stato ed un Esercito italiano democratico ed atlantico per il quale erano in servizio, ma idealmente un vero italiano, geloso custode dell'indipendenza nazionale e degli esclusivi interessi della propria Patria non avrebbe certamente aderito a queste organizzazioni, neppure dietro la speciosa scusa di una ipotetica invasione nel nord-est da parte titina e sovietica.

Per gli altri poi e ci riferiamo a quelli che si ritenevano fascisti e magari erano anche reduci della RSI, le cose stanno sicuramente peggio.

Perchè quelle strutture segrete ed atlantiche, oltre ad essere al servizio dei peggiori nemici dell'Italia, gli americani, erano oltretutto una emanazione dello Stato democratico e antifascista, nonché espressione indiretta di un esercito quale erede di quello badogliano e dell'8 settembre.

Gli ideali e i postulati per i quali i Fascisti repubblicani si erano battuti ed erano morti nella seconda guerra mondiale ed in particolare con la Repubblica Sociale Italiana, tutti caduti per quella lotta che si definì del «sangue contro l'oro», e lo stesso ideale sacro e inviolabile di una Patria, libera ed indipendente dal servaggio straniero, non avrebbero mai dovuto acconsentire a far da truppa di complemento alla NATO!

Costoro, pur considerando lo stato di mistificazione e disfacimento morale in cui erano stati gettati i fascisti nel dopoguerra dagli imbonitori missisti, pur considerando situazioni emotive, facili a determinarsi in ambiti locali e periferici e in un clima artefatto di opposti estremismi, avendo presente il concetto di Patria e di Stato Fascista (anche se è vero che non c'erano più nella realtà storica, ma idealmente un fascista avrebbe sempre dovuto averli presente a se stesso), di fatto hanno agito da traditori del fascismo!

 

Riportiamo ora, qui di seguito, un esemplificato e sintetico quadro delle cariche occupate nelle Istituzioni del paese, nonché quello dei Servizi di intelligence e di sicurezza che erano in auge durante il lungo periodo storico in cui fu operante in Italia una certa strategia della tensione che ha causato una infinità di stragi, di violenze e di attentati.

Periodo che è stato da noi, ma anche dalla storiografia corrente, delimitato approssimativamente nel quindicennio che va dal 1964 al 1980.
 

Cariche istituzionali e strutture di sicurezza in Italia

Il periodo pseudo golpista, stragista e degli anni di piombo (ristretto genericamente e arbitrariamente al 1964-1980), vede operanti in Italia tutta una serie di organismi, servizi e strutture preposte alla sicurezza del paese.

Ne diamo qui una sintetica e superficiale panoramica, riportando almeno i più importanti organismi, in modo da avere sempre presente un quadro preciso della attualità del tempo.

 

Premettiamo intanto che le Istituzioni ed il Governo italiano in quei periodi era rappresentato:

 

Presidenti della Repubblica

 

Antonio Segni

dal maggio 1962 al dicembre 1964

Giuseppe Saragat

dal dicembre 1964 al dicembre 1971

Giovanni Leone

dal dicembre 1971 al giugno 1978

Alessandro Pertini

dal luglio 1978 al giugno 1985

 

 

Presidenti del Consiglio e Coalizioni di governo

 

22 luglio '64 - 23 febbraio '66

Aldo Moro

DC-PSI-PSDI-PRI

23 febbraio '66 - 24 giugno '68

Aldo Moro

DC-PSI-PSDI (dal 30/10/66 Partito Socialista PSI-PSDI Unificati-PRI)

24 giugno '68 - 12 dicembre '68

Giovanni Leone

DC

12 dicembre '68 - 5 agosto '69

Mariano Rumor

DC-PSI-PRI- (dal 5 Luglio 1969 Partito Socialista Unitario (cioè PSDI)

5 agosto '69 - 27 marzo '70

Mariano Rumor

DC

27 marzo '70 - 6 agosto '70

Mariano Rumor

DC-PSI-PSU-PRI

6 agosto '70 - 17 febbraio '72

Emilio Colombo

DC-PSI-PSDI-PRI

17 febbraio '72 - 26 giugno '72

Giulio Andreotti

DC

26 giugno '72 - 7 luglio '73

Giulio Andreotti

DC-PSDI-PLI

7 luglio '73 - 14 marzo '74

Mariano Rumor

DC-PSI-PSDI-PRI

14 marzo '74 - 23 novembre '74

Mariano Rumor

DC-PSI-PSDI

23 novembre '74 - 12 febbraio '76

Aldo Moro

DC-PRI

12 febbraio '76 - 29 luglio '76

Aldo Moro

DC

29 luglio '76 - 11 marzo '78

Giulio Andreotti

DC (Governo di Solidarietà nazionale con l'appoggio esterno del PCI)

11 marzo '78 - 20 marzo '79

Giulio Andreotti

DC (Governo di Solidarietà nazionale con l'appoggio esterno del PCI)

20 marzo '79 - 4 agosto '79

Giulio Andreotti

DC (Governo di Solidarietà nazionale con l'appoggio esterno del PCI)

4 agosto '79 - 4 aprile '80